Lo scenario delle c.d. nullità speciali

Inserito da in novembre 23, 2014

Arturo Maniaci, Lo scenario delle c.d. nullità speciali, in Annales de droit privè 2010-2011, Milano, 2011, pp. 387-408.

Lo scenario delle c.d. nullità speciali

1. Premessa.

Pur consapevoli della saggezza contenuta nell’antico ditterio «pluralitas non est ponenda sine necessitate», noto ai più come la così detta regola empirica del “rasoio di Occam”1, non ci si può sottrarre dal riconoscere che la nullità negoziale debba oggi essere necessariamente declinata al plurale: e forse in misura più incisiva e pregnante rispetto ad altri settori del diritto privato che hanno già da tempo conosciuto un irreversibile processo di frammentazione e di atomizzazione, come ad esempio la responsabilità civile2, la famiglia3 e, ancor prima, la proprietà4.

Ma se ci si limitasse alla mera constatazione delle nullità in vece della nullità, non si farebbe altro che descrivere un dato fenomenologico dell’istituto, laddove il giurista positivo ha la necessità di reperire utili strumenti ai fini dell’applicazione delle norme.

È dunque preferibile vedere come si atteggi in concreto la pluralità di statuti che contraddistinguono il mondo delle nullità: che non a caso veniva già additato come la materia più nebulosa che la scienza giuridica conosca5.

2. Il regime delle invalidità del contratto nel Codice civile del 1942 e l’adozione del modello dicotomico: dogma o semplice tendenza?

È noto che il legislatore del Codice civile del 1942, sulla scorta della tradizione giuridica di matrice romanistico-francese, da un lato, e dell’elaborazione pandettistica, dall’altro6 (la prima contrapponeva l’inexistence alla nullité, quest’ultima a sua volta distinta in absolue e relative, in ragione della cerchia dei soggetti legittimati a farla valere; la seconda conosceva due forme distinte di invalidità: la Nichtigkeit, operante ipso iure, e la Anfechtbarkeit, operante ad istanza del legittimato), ha tentato di mettere ordine e dare coerenza alla materia delle invalidità contrattuali7, optando per il modello espresso dal sistema dualistico, composto dai paradigmi normativi nullità/annullabilità.

Il quadro normativo dipinto nei Capi XIˆ e XIIˆ del titolo II del Libro IV del Codice civile non è, però, così lineare e monolitico, come si potrebbe essere indotti a ritenere.

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Anzitutto, è lo stesso legislatore del Codice civile del 1942 a dimostrare di non (volere? potere?) rispettare e mantenere con coerenza la rigida opposizione dicotomica nullità/annullabilità.

Che è infatti ben visibile soltanto nel Libro IV. Ma che stenta ad essere riconosciuta o riconoscibile se si guarda al Libro I, ove sotto la Sezione VI, intitolata «Della nullità del matrimonio», è dato rinvenire disposizioni che – anche sul piano terminologico – è arduo inquadrare nello schema della nullità o in quello della annullabilità8, ovvero al Libro II, ove la disciplina delle invalidità testamentarie (che pur contempla sia ipotesi di nullità sia ipotesi di annullabilità) risulta assai frammentaria ed anche lacunosa9, ovvero al Libro III, ove il legislatore, nel plasmare la reazione avverso le deliberazioni assembleari condominiali, ha contemplato una unica forma di invalidità, i cui profili di disciplina evocano i caratteri propri della categoria della annullabilità (cfr. art. 1137 cod. civ.)10, ovvero al Libro V, ove il sistema delle patologie degli atti corporativi appare connotato da regole autosufficienti (o, se si preferisce, speciali) rispetto a quello c.d. di diritto comune11.

In secondo luogo, le differenze fra nullità ed annullabilità12 tendono sempre più a scolorirsi ed assottigliarsi anche nella materia contrattuale.

Soprattutto, va ridimensionata la contrapposizione della disciplina della nullità e quella dell’annullabilità del contatto13.

Ed invero, già solo esaminando lo scenario normativo esistente al momento dell’entrata in vigore del Codice civile del 1942 (e dunque senza voler per ora richiamare le nuove comminatorie di nullità, introdotte nel nostro ordinamento, soprattutto sotto l’impulso del legislatore comunitario), si registravano ipotesi di nullità c.d. relative, convalidabili o comunque sanabili, irrilevabili d’ufficio, ovvero prescrittibili, da un lato, e ipotesi di annullabilità assolute, imprescrittibili, ovvero insanabili, dall’altro.

In particolare, gli artt. 190 e 780 cod. civ., abrogati dalla riforma del diritto di famiglia, prevedevano, rispettivamente, che la nullità dell’alienazione della dote non permessa dalla convenzione istitutiva o autorizzata dal tribunale potesse esser chiesta soltanto da uno dei due coniugi, e non dal terzo contraente, e che la nullità della donazione fatta dal genitore al figlio naturale non riconoscibile potesse essere chiesta soltanto dal donante, dai suoi discendenti o dal coniuge; ed anche la nullità tuttora contemplata dall’art. 122, 5° comma, della legge 22 aprile 1941, n. 633 (c.d. legge sul diritto d’autore) in relazione alla fattispecie del contratto di edizione a termine, nel quale non sia indicato il numero minimo di esemplari da eseguire, si ritiene debba essere considerata un’ipotesi di nullità c.d. relativa14.

È pacifico che l’art. 2332 cod. civ., già nella sua originaria formulazione (da cui il legislatore ha altresì tratto ispirazione nel redigere l’art. 20 del D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 96, in materia di invalidità della società fra avvocati), contempla un’ipotesi di contratto nullo convalidabile, così come l’art. 799 cod. civ. consente la sanatoria del contratto di donazione nullo.

Pur nel silenzio del legislatore, si reputa irrilevabile d’ufficio dal giudice la nullità discendente dall’inosservanza di una forma convenzionale15.

Secondo il diritto applicato, poi, tutte le azioni di nullità di un contratto incontrano il limite della prescrizione, perché, ove sia decorso il termine (ordinario) di prescrizione previsto per l’azione di ripetizione dell’indebito, la domanda volta ad ottenere la declaratoria di nullità di un contratto diventa inammissibile per carenza di interesse ad agire16.

Ex converso, è lo stesso Codice civile a contemplare una ipotesi di annullabilità c.d. assoluta: nel caso in cui il contratto venga concluso da un soggetto in stato di interdizione legale, infatti, tale contratto può essere annullato su istanza di «chiunque vi abbia interesse» (art. 1441, 2° comma, cod. civ.)17. Questa risulta, peraltro, l’unica ipotesi di annullabilità assoluta prevista dal Codice civile del 1942 (mentre altre si rinvengono fuori dal tessuto codicistico18), in quanto a nostro avviso il criterio più corretto per individuare tale categoria è rappresentato dal carattere indefinito, o quantomeno non predefinito, della cerchia dei soggetti legittimati ad agire19; alla luce di tale criterio, pertanto, non sono qualificabili come viziati da annullabilità assoluta i contratti traslativi di (o costitutivi di diritti reali su) terreni, conclusi in violazione del divieto di frazionamento della minima unità culturale ex artt. 846 e 848 cod. civ. (di recente abrogati: dall’art. 7, 10° comma, del D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 99), ovvero i contratti individuali di lavoro stipulati in violazione delle norme concernenti la disciplina della domanda e dell’offerta di lavoro ex art. 2098 cod. civ., posto che in entrambi i casi la legittimazione spetta (soltanto) al pubblico ministero, e dunque la cerchia dei soggetti legittimati è predeterminata dal legislatore.

Ed ancòra: se l’errore o il dolo non vengano scoperti dal contraente legittimato a farlo valere, ovvero se la violenza o lo stato di incapacità legale non siano cessati, ci troveremmo di fronte ad ipotesi di annullabilità sia imprescrittibili (ad agendum) (arg. ex art. 1442, 2° comma, cod. civ.) sia insanabili (arg. ex art. 1444, 3° comma, cod. civ.).

Ma anche le uniche differenze che sembravano irriducibili (rilevabilità/non rilevabilità d’ufficio del vizio da parte del giudice; natura dichiarativa o costitutiva della sentenza20), alla resa dei conti, vacillano.

Quanto alla rilevabilità d’ufficio della nullità, è noto che tale potere incontra gravi limiti (processuali) introdotti dalla nostra giurisprudenza, la quale da tempo ripete che la nullità può essere rilevata d’ufficio soltanto: (i) quando risulti dagli atti di causa; (ii) quando la causa di nullità rimanga circoscritta a quella originariamente dedotta in giudizio; (iii) quando in giudizio venga chiesta l’esecuzione o l’applicazione del contratto21. Tale ultimo limite22, peraltro, denuncia una vistosa aporia, sol se si consideri che quella della rilevabilità d’ufficio viene elevata a regola generale, e cioè applicabile a tutti i casi in cui il legislatore non escluda l’esercizio di tale potere da parte del giudice, fatta eccezione per le fattispecie corrispondenti alla titolarità di azioni costitutive: una altrettanto copiosa giurisprudenza afferma, infatti, che il tenore letterale dell’art. 112 cod. proc. civ. «è concepito in guisa da configurare come normale la pronuncia d’ufficio» sulle fattispecie impeditive, modificative o estintive, e che «il rilievo ex officio di fattispecie modificative, impeditive o estintive, risultanti dal materiale istruttorio legittimamente acquisito, altro non costituisce che assolvimento del compito di pronunciare intorno alla rilevanza giuridica della realtà storica indicata dall’attore, scilicet sull’esistenza del diritto da questi vantato, che sarebbe contra legem affermare in presenza di altra realtà che lo esclude»23.

Quanto al carattere dichiarativo o costitutivo della sentenza, che peraltro si traduce in un puro esercizio accademico dei processualisti (ché dalla risposta non discendono conseguenze diverse in punto a disciplina), è sufficiente ricordare, da un lato, che la sentenza che accoglie una domanda di nullità di un contratto non è sempre dichiarativa (o di mero accertamento)24 e, dall’altro, che l’art. 1442 cod. civ. consente la proposizione dell’eccezione di annullabilità (senza limiti di tempo, ove non vi sia stata esecuzione del contratto25): il cui accoglimento non comporta, però, necessariamente una pronunzia di annullamento del contratto, in quanto, stando alla nostra giurisprudenza26, il risultato della paralisi dell’efficacia del contratto può essere raggiunto per il tramite di una rilevazione incidentale della causa di annullabilità, e cioè con una sentenza di rigetto della domanda proposta da chi agisca per l’adempimento del contratto, che come noto è (non già costitutiva, bensì) dichiarativa (o di mero accertamento).

Il carattere monolitico della disciplina non è, peraltro, riscontrabile neppure all’interno di una stessa forma di invalidità contrattuale, come la nullità.

La eterogeneità delle cause di nullità astrattamente configurabili in base all’art. 1418 cod. civ. (alle quali possono, peraltro, aggiungersi altre ipotesi, non richiamate né evocate da tale disposizione27), induce ad operare classificazioni, raggruppamenti e distinzioni, che non rappresentano soltanto un utile servigio all’interprete sul piano descrittivo (alle nullità c.d. strutturali, cioè basate su un difetto della fattispecie, si contrappongono le nullità c.d. da disvalore, o “politiche”28, che invece presuppongono un contratto strutturalmente perfetto), ma si traducono in differenti statuti normativi.

Così, la nullità per illiceità riceve un trattamento deteriore rispetto alla nullità per illegalità del contratto (la prima, a differenza della seconda, rende inapplicabili alcuni istituti, come la conversione, la convalida e la pubblicità c.d. sanante, nonché alcune norme, come l’art. 1367 e l’art. 2126 cod. civ.; rende più agevole la prova della simulazione, ai sensi dell’art. 1417 cod. civ.; rende nulla la eventuale transazione stipulata, ai sensi dell’art. 1972, primo comma, cod. civ.)29.

Così, la immoralità del(la prestazione dedotta nel) contratto comporta un regime diverso quanto alle restituzioni conseguenti alla declaratoria di nullità del contratto (art. 2035 cod. civ.)30. Dal canto suo, la nostra giurisprudenza nega l’esperibilità dei rimedi restitutori anche a soggetti, non iscritti in albi o ruoli (come quello dei mediatori), che esercitino un’attività c.d. riservata, sebbene tali ipotesi non possano essere sussunti sotto la categoria della nullità del contratto per immoralità della prestazione31.

Infine, per quanto l’insegnamento tradizionale sia refrattario ad ammettere il carattere “aperto” della categoria della invalidità32, non può, comunque, essere sottaciuto il tentativo dottrinale volto ad individuare forme di patologia negoziale diverse dalle figure della nullità e della annullabilità, sia sotto il profilo delle cause sia sul piano della disciplina: così, si è sostenuto che l’ordinamento giuridico conosce ipotesi di invalidità intermedie fra la nullità e l’annullabilità (come quella da cui è affetta la scrittura privata falsa prodotta in giudizio, che ove non tempestivamente disconosciuta dalla parte contro la quale è prodotta si ha per riconosciuta ex artt. 214 e 215 cod. proc. civ.)33 o ipotesi di invalidità che presentano caratteri comuni alle due figure e nello stesso tempo caratteri difformi, tali da attribuire alle stesse autonomia concettuale e normativa (come la invalidità da cui sono affetti i c.d. negozi sull’effetto giuridico, e cioè i negozi che operano su una situazione giuridica pregressa, nel caso in cui venga retroattivamente meno la fonte dell’obbligazione principale assunta come preesistente: arg. ex artt. 1234 e 1939 cod. civ., rispettivamente in tema di novazione e di fideiussione34).

In definitiva, il sistema dualistico delle invalidità che si rinviene nel Libro IV del Codice civile, prodotto – come si è visto – della confluenza della esperienza giuridica francese e della elaborazione concettuale tedesca, appare già messo in crisi dallo stesso legislatore del 1942.

3. L’invalidità nel diritto privato europeo

Volgendo lo sguardo allo scenario prefigurato da quello che ormai viene convenzionalmente designato come «diritto privato europeo»35, l’obiettivo economico consiste nella prevenzione o correzione dei c.d. fallimenti del mercato36, dipendenti da situazioni di asimmetria informativa in cui versano i protagonisti del rapporto di scambio interindividuale.

Sul piano normativo, tale obiettivo viene perseguito ricorrendo a formule riassuntive, la cui vaghezza rappresenta l’indice più eloquente del fatto che l’intenzione del legislatore europeo non è quella di impiegare propri istituti o strumenti concettuali37, ma soltanto quella di indicare (rectius, prescrivere) agli Stati membri i risultati.

Il diritto comunitario dei contratti, quindi, per sua natura si disinteressa usualmente dei rimedi38 (caducatori), demandando agli Stati membri la facoltà di scegliere gli strumenti più idonei (nel lessico del legislatore europeo: le sanzioni adeguate, le misure necessarie, i mezzi efficaci) ad assicurare il rispetto delle proprie disposizioni.

A titolo meramente esemplificativo, la Direttiva n. 93/13 prevede (art. 6) la “non vincolatività” (nella versione inglese: not binding; in quella francese: ne lient pas; in quella tedesca: unverbindlich) delle clausole abusive contenute nei contratti stipulati fra professionisti e consumatori. Tale formula appare così (volutamente) generica39 da poter essere tradotta dai diritti nazionali nei congegni tecnico-giuridici più vari e disparati (purché rispondenti allo scopo, prefissato dal legislatore europeo, di somministrare un’adeguata tutela al consumatore): tant’è che, esaminando “a campione” le normative interne di attuazione della Direttiva 93/13, le clausole abusive in Francia sono réputées non écrites (considerate come non apposte, e quindi inesistenti), in Germania sono unwirksamen (inefficaci), in Spagna sono nulas de pleno derecho (nulle di pieno diritto) e in Olanda sono vernietigbaar (annullabili).

Ciò non significa, peraltro, che il legislatore europeo non conosca le categorie che i diritti nazionali impiegano per dare veste giuridica alle diverse forme di impugnativa negoziale40, ma, nel menzionarle o evocarle, si mostra rispettoso del c.d. principio di sussidiarietà, ribadendo lo spazio di autonomia riservato agli Stati membri (così, l’art. 5, paragrafo 8 della Direttiva 2002/65/CE del 23 settembre 2002, concernente la commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori, che lascia «impregiudicate» le discipline interne in materia di «non applicabilità» – nella versione inglese: non-enforceability – del contratto a distanza), ovvero limitandone le cause (così, gli artt. 5, paragrafo 4 e 8, paragrafi 1 e 3 della Direttiva 2002/47/CE del 6 giugno 2002, relativa ai contratti di garanzia finanziaria, ove è previsto, rispettivamente, che gli Stati membri assicurano «che l’uso della garanzia finanziaria da parte del beneficiario (…) non renda invalidi (…) i diritti del beneficiario della garanzia in virtù del contratto di garanzia finanziaria (…)», e che gli Stati membri garantiscono che un contratto di garanzia finanziaria o la fornitura della garanzia finanziaria in virtù di tale contratto «non possano essere dichiarati nulli, annullabili o essere resi inefficaci» unicamente sulla base di date circostanze o ricorrendo certi presupposti); in ogni caso, anche prima che il c.d. principio di sussidiarietà venisse per la prima volta compiutamente formulato (come è noto, ad opera del Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992: cfr. oggi l’art. 5 del Trattato sull’Unione europea), il legislatore comunitario ha al più delimitato la portata o le conseguenze delle invalidità previste dalle legislazioni nazionali, come è confermato, ad esempio, dall’esame dell’art. 15 del Regolamento CEE n. 2137/85 del 25 giugno 1985 relativo all’istituzione di un gruppo europeo di interesse economico (GEIE), da cui si desume chiaramente che, qualora la legge nazionale applicabile preveda la nullità del contratto di gruppo, tale nullità è a certe condizioni sanabile, inopponibile ai terzi e comunque non retroattiva.

Ciò premesso, e passando ad esaminare, in particolare, le diverse normative italiane di attuazione delle direttive comunitarie che richiedono l’introduzione di un sindacato di determinate forme e modalità espressive dell’autonomia privata, caratterizzate dall’asimmetria di potere contrattuale41, la nullità, e cioè «la tecnica più raffinata e perfetta di controllo sociale»42, si erge a categoria unica nell’ambito delle predicazioni scelte dal legislatore italiano a tal fine43.

Vero che l’art. 63, 1° comma, del D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 174, recante attuazione della Direttiva 92/96/CEE in materia di assicurazione diretta sulla vita, e l’art. 74, 1° comma, del D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 175, recante attuazione della Direttiva 92/49/CEE in materia di assicurazione diretta diversa da quella sulla vita, prevedevano la «annullabilità» – su richiesta dell’assicurato e secondo le modalità indicate dall’art. 129 R.D. 4 gennaio 1925, n. 63 – dei contratti stipulati dalle imprese di assicurazione con sede in Italia «non (…) regolarmente registrati o contabilizzati presso le (…) sedi legali» delle imprese di assicurazione medesime agli effetti della determinazione delle riserve tecniche e del margine di solvibilità.

Ma, anche prima che tali decreti legislativi fossero espressamente abrogati (dall’art. 354 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 – Codice delle assicurazioni private), la dottrina aveva già dimostrato che l’annullabilità ivi prevista era tale solo nel nomen iuris, perché si trattava in realtà di recesso (straordinario per inadempimento)44.

Vero, poi, che l’art. l’art. 1469-quinquies cod. civ. prevedeva la «inefficacia» delle clausole abusive inserite nei contratti fra professionisti e consumatori.

Vero è anche, tuttavia, che tale sanzione appare il frutto di una scelta (non si sa quanto consapevole, se si eccettuano le preoccupazioni nutrite dalla classe notarile) di cui il legislatore italiano si era già “pentito” ancor prima della emanazione del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 – Codice del consumo (il cui art. 36 commina oggi la «nullità» in vece della «inefficacia»), come attesta la Relazione allo schema di decreto legislativo di attuazione della Direttiva 1999/44, in materia di garanzie nella c.d. vendita di beni di consumo, in cui si legge che il termine «nullità» (dei patti di esclusione o di limitazione dei diritti dell’acquirente di beni di consumo), che si ritrovava nell’art. 1519-octies cod. civ. (introdotto dal Decreto Legislativo 2 febbraio 2002, n. 24 ed oggi trasfuso nell’art. 134 del D.Lgs. n. 206/2005), «pur dando la stura ad una discrasia rispetto al riferimento all’‘inefficacia’ contenuto, in tema di clausole abusive, dall’articolo 1519-quinquies [recte: 1469-quinquies] del Codice civile, restituisce correttezza dogmatica all’istituto in esame, posto che l’inefficacia è solo un effetto di una patologia derivata da norme imperative, patologia qualificabile in termini di nullità di protezione». Del resto, anche la dottrina, pur avvertita della «lacuna di riconoscimento» creata dall’art. 1469-quinquies, cod. civ.45, aveva già concluso che con il nome di “inefficacia” «si è voluto incongruamente battezzare un rimedio (applicabile alle clausole vessatorie) che qualunque persona normale chiamerebbe nullità», sicché «lo stravagante ricorso al termine “inefficacia” non può ingannare nessuno»46.

Ex converso, i più noti progetti di codificazione dottrinale del diritto contrattuale finora elaborati offrono una disciplina dettagliata della invalidità47, nella forma della avoidance, assimilabile al nostro concetto di annullabilità (cfr. art. 3.5 e ss. dei Principles of International Commercial Contracts elaborati dall’UNIDROIT e art. 4:102 e ss. dei Principles of European Contract Law elaborati dalla Commissione per la redazione di un progetto di codice civile europeo, originariamente presieduta e costituita da Ole Lando48). Con riguardo ai PECL, le ragioni di una simile scelta sono state individuate in ciò, che, sul terreno della invalidità, soltanto l’annullabilità è espressione della volontà delle parti, laddove la nullità è espressione di «un potere altro» rispetto a quello dei contraenti, che fa capo ad un ordinamento sovraordinato e dotato di autorità49. Soltanto nell’Avant-projet di Code européen des contrats, elaborato dall’Académie des privatistes européens, avente sede a Pavia e il cui gruppo di lavoro operativo è coordinato dal Prof. Giuseppe Gandolfi, viene contemplata la annullabilità del contratto (artt. 146-152): ma tale progetto non si limita alla enunciazione di princìpi e si compone di disposizioni contenenti regole specifiche, destinate quindi ad essere adottate come futuro diritto privato contrattuale dell’Unione europea50, e in materia di invalidità si discosta peraltro sensibilmente dai modelli (italiano e tedesco), da cui pur trae ispirazione51, perché prevede anche gli istituti della inesistenza (artt. 137-138) e della inefficacia (art. 153).

Infine, appare significativo che nessuna delle comminatorie di annullabilità di recente conio legislativo presenta una matrice europea: risultano, infatti, il mero frutto di autonome scelte di politica legislativa interna (senza, cioè, trovare la propria origine nell’obbligo di attuare precetti comunitari) le ipotesi di annullabilità previste dall’art. 8 della legge 6 maggio 2004, n. 129, recante norme per la disciplina dell’affiliazione commerciale, dagli artt. 768-quinquies e 768-sexies, 2° comma, cod. civ., topograficamente collocate nel nuovo Capo V-bis (e non, chissà perché, nel Capo VI) del Titolo IV del Libro II del Codice civile, introdotto dalla legge 14 febbraio 2006, n. 55, in tema di patto di famiglia (sebbene qui si parli, più genericamente, di impugnabilità), nonché dall’art. 4, 3° comma, del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali.

Insomma, il sistema dicotomico delle invalidità non sembra rispondere alle esigenze di funzionalità ed efficienza del mercato, che rappresentano i reali valori perseguiti dal diritto contrattuale europeo52.

4. Le nullità c.d. speciali.

Che il trattamento del contratto nullo non sia sempre rigido e costante, ma graduabile, è confermato dalle disposizioni espressamente dedicate all’istituto della nullità del contratto53, costellate da apposite clausole di salvezza (cfr. artt. 1421, 1422 e 1423 cod. civ.), le più significative delle quali, dopo aver conosciuto per lungo tempo uno spazio residuale di operatività, sono state sempre più utilizzate dal legislatore, tanto da reclamare una laboriosa attività di riconcettualizzazione54.

Si parla, quindi, di nullità c.d. speciali, così chiamate in considerazione non tanto della fonte, quanto delle cause, della ratio e, soprattutto, della disciplina55.

La maggior parte di esse sono nullità c.d. di protezione (rectius, nullità per contrarietà all’ordine pubblico economico c.d. di protezione56), cioè volte in via prioritaria a soddisfare un interesse particolare, che fa capo alla parte (presunta) contrattualmente debole.

Ma non tutte le nullità c.d. di protezione sono nullità relative57: è, ad esempio, assoluta quella prevista dall’art. 79 legge 27 luglio 1978, n. 392, la cui finalità risiede eminentemente nel favor per il conduttore58.

Così come non tutte le nullità relative sono di protezione: tale non è, ad esempio, quella prevista dall’art. 12, 2° comma, l. 6 dicembre 1962, n. 1643, secondo cui la nullità degli atti compiuti dalle imprese soggette a trasferimento all’ENEL che abbiano diminuito la consistenza patrimoniale ed economica o l’efficienza produttiva e tecnica delle imprese medesime può essere fatta valere soltanto dall’ENEL (che non può certo essere qualificato come contraente fragile), ovvero quella prevista dall’art. 21, 2° comma, l. 3 maggio 1982, n. 203, secondo cui la nullità dei contratti di subaffitto, di sublocazione e subconcessione di fondi rustici può essere fatta valere dal locatore (e dunque, anche qui: non dal contraente fragile)59, ovvero quella che era prevista dall’art. 15, 8° e 9° comma, del D.Lgs. 19 agosto 2005, n. 192 e succ. mod. (disposizioni poi abrogate dall’art. 35, comma 2-bis della legge 6 agosto 2008, n. 133), secondo cui la nullità dei contratti di alienazione e di locazione aventi ad oggetto edifici non dotati di attestato di certificazione energetica poteva essere fatta valere dall’acquirente o dal conduttore60.

Certo, alcune nullità c.d. di protezione sono caratterizzate dalla legittimazione ristretta: tali sono le nullità dei contratti di investimento, ex artt. 23, 3° comma e 30, 7° comma, T.U.F., ovvero la nullità dei contratti a distanza avente per oggetto servizi finanziari ai consumatori, ex art. 67-septies decies, 4° e 5° comma, del c.d. Codice del consumo (alle quali non si accompagna, tuttavia, la parziarietà); ed anche là dove il legislatore non ha fornito indicazioni, gli interpreti non mostrano più imbarazzo a riconoscere la figura della nullità virtualmente relativa61, come ad esempio quella da cui è affetto il patto attraverso cui si realizzi un abuso di dipendenza economica, ai sensi dell’art. 9 della legge n. 192/9862, ovvero quella contemplata dall’art. 7 del D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 23163, ovvero quella che caratterizza la fattispecie del contratto usurario c.d. in concreto, delineata dall’art. 644, terzo comma, cod. pen., che, come noto, richiede – oltre alla sproporzione degli interessi – la sussistenza della difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo del reato64.

Altre, però, sono caratterizzate dalla necessaria parziarietà, come quella prevista dall’art. 36 del c.d. Codice del consumo in materia di clausole abusive, ovvero quella prevista dall’art. 134, primo comma, del medesimo Codice, in tema di patti volti ad escludere o limitare i diritti dell’acquirente di beni di consumo. La tecnica della parziarietà della nullità non è peraltro sconosciuta al legislatore, anche al di fuori delle nullità c.d. di protezione (cfr. ad es.: art. 1815, 2° comma, cod. civ., che commina la nullità della clausola usuraria65; art. 7, 1° e 2° comma, della legge 2 aprile 2007, n. 40 di conversione del D.L. 31 gennaio 2007, n. 7, che commina la nullità di «qualunque patto, anche posteriore alla conclusione del contratto, ivi incluse le clausole penali, con cui si convenga che il mutuatario, che richieda l’estinzione anticipata o parziale di un contratto di mutuo per l’acquisto o per la ristrutturazione di unità immobiliari adibite ad abitazione ovvero allo svolgimento della propria attività economica o professionale da parte di persone fisiche, sia tenuto ad una determinata prestazione a favore del soggetto mutuante», precisando che tali clausole «sono nulle di diritto e non comportano la nullità del contratto»).

Altre, infine, sono caratterizzate, più che o oltre che dalla relatività, dalla asimmetria del debito restitutorio conseguente alla dichiarazione di nullità. In materia assicurativa, infatti, l’art. 167 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 – c.d. Codice delle assicurazioni private, richiamato anche dagli artt. 12, 29, 32, 193 e 221 del medesimo Codice, prevede (v. ora anche art. 67-septies decies, 5° comma, del c.d. Codice del consumo) che la nullità del contratto di assicurazione stipulato con un’impresa non autorizzata o alla quale sia vietato assumere nuovi affari «obbliga alla restituzione dei premi pagati», aggiungendo, tuttavia, che «in ogni caso non sono ripetibili gli indennizzi e le somme eventualmente corrisposte o dovute dall’impresa agli assicurati ed agli altri aventi diritto a prestazioni assicurative». Qui, la nullità non assolve propriamente la funzione di rimedio (o di protezione), che la dottrina vorrebbe riconoscere a tutte le ipotesi di nullità di matrice europea66, ma viene ad assumere i connotati di una vera e propria nullità-sanzione (o nullità di punizione), atteso che uno dei contraenti si trova in questi casi ad aver compiuto un’attribuzione patrimoniale per uno scopo liberale senza averlo voluto67, sicché si possono ben ravvisare gli estremi di una sanzione civile indiretta68, sulla falsariga di un modello già peraltro sperimentato nel nostro sistema (cfr. ad es. art. 1815, 2° comma, cod. civ. e art. 23, 2° comma, T.U.F.69).

Peraltro, alle singole comminatorie di nullità (di protezione e) relativa non si accompagna sempre una previsione in ordine alla rilevabilità d’ufficio: se negli artt. 134 e 67-octies decies del c.d. Codice del consumo il legislatore ha fatto impiego del binomio nullità relativa/rilevabilità d’ufficio, nell’art. 2 del D.Lgs. n. 122/2005, in materia di tutela di acquirenti di immobili da costruire, così come nell’art. 127, 2° comma, del T.U.B. e negli artt. 23, 3° comma e 30, 7° comma, del T.U.F. il legislatore tace70.

È, dunque, evidente come ogni aspetto delle singole comminatorie di nullità c.d. speciali (parziarietà, prescrizione, sanabilità, rilevabilità d’ufficio, effetti verso i terzi e legittimazione) meriti un discorso a parte, sicché, in mancanza di indicazioni da parte del legislatore, non può darsi applicazione “in blocco”, e senza necessità di adattamenti, della disciplina della nullità ovvero di quella dell’annullabilità, sulla base della tipologia del vizio dedotto o rilevato.

È allora forse giunto il momento di liberarsi di uno dei maggiori vincoli da cui appare storicamente e intimamente astretto il pensiero giuridico europeo-continentale: il concetto fondamentale di “tipo” normativo71, al quale l’interprete, massime in materia di nullità, non ha finora (anche inconsapevolmente) saputo rinunciare nell’affrontare i problemi di inquadramento dogmatico e di conseguente individuazione della disciplina applicabile.

D’altronde, anche in sede di teoria generale è stato osservato che il tradizionale schema logico basato sulla dialettica regola/eccezione è il prodotto di una rappresentazione essenzialistica dell’ordinamento giuridico, che deve invece ora cedere il passo ad una concezione costruita sul paradigma del tipo normativo di problema (che il legislatore ha di volta in volta preso in esame)72.

Con specifico riguardo, ad esempio, alla disciplina delle conseguenze derivanti dalla declaratoria di abusività delle clausole contenute nei contratti fra professionisti e consumatori, il legislatore italiano, con l’art. 1469-quinquies cod. civ. (ora art. 36 D.Lgs. n. 206/2005)73, si è fatto carico di risolvere alcune questioni, quali la parziarietà del vizio, la rilevabilità d’ufficio e, secondo alcuni, la legittimazione. E già in relazione a tali profili emergono ambiguità e dubbi tali da reclamare una soluzione da parte dell’interprete, il quale deve essere in grado di saper coniugare la regola che vuole che la nullità operi «soltanto a vantaggio del consumatore»74 con la regola della rilevabilità d’ufficio, che viene così diversamente modulata e adattata, in relazione all’interesse particolare del consumatore75.

Ma su altri aspetti (come la prescrizione, la sanatoria e gli effetti verso i terzi) il legislatore è rimasto silente76, sicché può apparire congruo e adeguato alla ratio dalla norma applicare la regola della imprescrittibilità dell’azione volta a far caducare la clausola abusiva77 e al contempo ammettere la sanabilità della clausola78 e la inopponibilità ai terzi subacquirenti79.

Logico che tale risultato interpretativo non potrebbe essere raggiunto se si dovesse passare attraverso il rigido e schematico filtro della sussunzione del vizio sotto il regime giuridico della nullità ovvero, in alternativa, sotto quello della annullabilità.

In definitiva, il sintagma “nullità speciali” non designa un iponimo dell’iperonimo “nullità”.

5. Conclusioni.

L’edificazione del diritto privato europeo è un progetto tanto ambizioso da non poter essere affidato al solo legislatore, il cui lavoro (decisivo ed irrinunciabile) è opportuno venga preceduto da quello (altrettanto prezioso ed insostituibile) dell’interprete, come ci hanno ammonito illustri comparatisti già alcuni lustri or sono80.

Ed in materia di nullità, più che in altri ambiti, il compito dell’interprete è di saper cogliere – come insegnava un Aristotele rivisitato – il genus proximus e le differentiae specificae, senza che però tale fatica si riduca alla costruzione di un “albero di Porfirio”81.

Può sembrare, quello qui perpetrato, un grave attentato a categorie e dogmi su cui la scienza giuridica ha per lungo tempo riposto affidamento.

Ma è (ormai) notoria la naturale propensione dei giuristi a guardare gli istituti secondo una prospettiva melodrammatica e ad utilizzare un linguaggio vagamente gozzaniano82, sicché immagini quali il tramonto, il crepuscolo e – perché no? – la morte non possono più destare meraviglia.

1 Perché appunto originariamente coniata dal filosofo inglese trecentino Guglielmo di Ockham.

2 G. Cazzetta, Responsabilità aquiliana e frammentazione del diritto comune civilistico (1865-1914), Milano, 1991, 5; L. Bigliazzi Geri, La responsabilità o le responsabilità?, in AA.VV., La responsabilità civile da atto illecito nella prospettiva storico-comparatistica, a cura di L. Vacca, Giappichelli, Torino, 1995, 195 ss.; G. Alpa, Trattato di diritto civile, IV, La responsabilità civile, Milano, 1999, 206 ss.

3 V. Scalisi, La «famiglia» e le «famiglie» (Il diritto di famiglia a dieci anni dalla riforma), in Scritti catanzaresi in onore di Angelo Falzea, Esi, Napoli, 1987, 431 ss.

4 Il riferimento, scontato, è al giurista “inquieto” S. Pugliatti, Strumenti tecnico-giuridici per la tutela dell’interesse pubblico nella proprietà, in Id., La proprietà nel nuovo diritto, Milano, 1964, 121, il quale, in relazione a tale istituto, da lui descritto non come «una zona monotona e monocroma», bensì come «un paesaggio ricco e vario», coltivò in modo scientificamente fecondo tale prospettiva metodologica, tanto che un autorevole storico del diritto ha riconosciuto al Maestro messinese il merito di aver dispensato, con gli scritti che compongono l’opera prefata, «un insegnamento orientatore», suscettivo quindi di essere adattato ad istituti diversi dalla proprietà: cfr. P. Grossi, Scienza giuridica italiana. Un profilo storico: 1860-1950, Milano, 2000, 307. È sempre il medesimo storico del diritto ad aver tracciato l’itinerario culturale del giurista siciliano all’insegna della “inquietudine” (P. Grossi, La cultura del civilista italiano. Un profilo storico, Milano, 2002, 95 ss.; Id., Salvatore Pugliatti giurista inquieto, in Riv. dir. civ., 2003, I, 599 ss.).

5 G. Baudry-Lacantinerie e P. Guyot, Précis de droit civil, I, Sirey, Paris, 14ª ed., 1926, n° 138, 70: «Il n’y a pas dans la science du droit de matière plus nébuleuse que celle des nullités. Les auteurs sont en désaccord sur le fond des doctrines, comme sur la terminologie à adopter».

6 Cfr. M.P. Liaño-V. Di Comite, Sulle nuove nullità, in Quaderni di diritto privato europeo, 1997, I, a cura di A. Jannarelli-G. Piepoli-N. Scannicchio, Cacucci, Bari, 1998, 52 ss.; M. Girolami, Le nullità di protezione nel sistema delle invalidità negoziali. Per una teoria della moderna nullità relativa, Padova, 2008, 89 ss.

7 Come anche storicamente documentato dal prezioso contributo offerto da Filippo Vassalli (considerato il “padre” del Codice civile del 1942: P. Grossi, Il disagio di un ‘legislatore’ (Filippo Vassalli e le aporie dell’assolutismo giuridico), in Quad. fior., 1997, 377 ss.) al testo degli articoli di cui erano composti i progetti del libro «Delle obbligazioni» del 1940 e del 1941 (cfr. G.B. Ferri, Le annotazioni di Filippo Vassalli in margine a taluni progetti del libro delle obbligazioni, Padova, 1990, 11 e 13).

8 Cfr. P. Zatti, voce Invalidità (atti di autonomia), in A. Belvedere-R. Guastini-P. Zatti-V. Zeno Zencovich, Glossario, nel Tratt. dir. priv., a cura di G. Iudica e P. Zatti, Milano, 1994, 231 ss.; G. Ferrando, Il matrimonio, in Tratt. dir. civ. e comm., V, 1, già diretto da A. Cicu e F. Messineo, continuato da L. Mengoni, Milano, 2002, 526 ss., la quale ritiene che la distinzione nullità/annullabilità sia inappropriata e scarsamente utile nel campo delle invalidità matrimoniali. Con particolare nitore, ha affermato A. di Majo, La tutela civile dei diritti, 4ª ed., Milano, 2003, 378: «Se vi è una disciplina che non riproduce la distinzione tra nullità e annullabilità è quella delle invalidità matrimoniali» [corsivo dell’A.].

9 Il rilievo è quasi truistico (ex multis, cfr. A. Villella, in AA.VV., Le nullità negoziali di diritto comune, speciali e virtuali, a cura di L. Ferroni, Milano, 1998, 278: «l’invalidità testamentaria (…) non è ricavabile da una serie organica di disposizioni, essendo previsti, invece, casi particolari o generali di nullità o annullabilità in relazione alle singole ipotesi»).

10 «Nulla lascia trapelare che sotto la dizione “deliberazioni contrarie alla legge e al regolamento” si debbano individuare due forme di invalidità» (G. Terzago, Nullità e annullabilità delle delibere condominiali, in Riv. giur. edil., 2000, I, 564; in giurisprudenza, v. ad es. Cass. 16 novembre 1992, n. 12281, in Arch. locaz. e cond., 1993, 276 ss.). Tant’è che, se è vero che gli interpreti concordano all’unanimità sulla configurabilità di ipotesi di nullità (sottratte, come detto, alla disciplina dell’art. 1137 cod. civ.), il diritto pretorio si trova in affanno quando deve in concreto operare la distinzione fra delibere condominiali nulle e delibere condominiali annullabili (e, come è agevole intuire, non appaiono di grande ausilio il criterio della natura, generale o particolare, dell’interesse tutelato dalla legge o quello della intensità del vizio, formale o sostanziale, da cui la delibera risulti affetta).

11 A tale conclusione, che trova suggello nella disciplina delle invalidità delle deliberazioni societarie risultante a séguito della riforma attuata con il D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, era pervenuta anche la giurisprudenza formàtasi sotto il vigore della disciplina previgente (Cass. 28 agosto 1995, n. 9040, in Giur. it., 1996, I, 1, 308 ss., in motivazione; Cass. 22 luglio 1994, n. 6824, in Società, 1994, 1491 ss.). Ne ha lumeggiato le rationes V. Buonocore, Riflessioni d’assieme sulle patologie degli atti d’impresa, in Riv. giur. sarda, 2002, II, 530 ss.

12 Non nuoce ricordare che tali differenze (che la giurisprudenza ritiene nette e profonde: Cass. 30 luglio 1999, n. 8285, in Rep. Foro it., 1999, voce “Procedimento civile”, n. 257) arrivano fino a nove: 1) la nullità è testuale e virtuale; l’annullabilità è solo testuale; 2) la nullità opera di diritto; l’annullabilità deve essere pronunciata dal giudice; 3) il contratto nullo non produce effetti; il contratto annullabile produce effetti se e fino a quando non venga annullato; 4) il contratto nullo non può essere convalidato; il contratto annullabile può essere convalidato; 5) la nullità ha di regola effetto verso i terzi; l’annullamento non è di regola opponibile ai terzi che abbiano acquistato diritti in buona fede e a titolo oneroso; 6) l’azione di nullità è imprescrittibile; l’azione di annullabilità si prescrive in cinque anni; 7) la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse; l’annullamento può essere chiesto soltanto dalla parte nel cui interesse è previsto; 8) la nullità può essere rilevata d’ufficio dal giudice; l’annullabilità non è rilevabile d’ufficio dal giudice; 9) la sentenza di nullità è dichiarativa; la sentenza di annullamento è costitutiva.

13 È l’esito cui approda la dottrina più autorevole del contratto (R. Sacco, voce Nullità ed annullabilità (Diritto civile), in Nss.D.I., XI, Torino, 1965, 455; Id., Le invalidità, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, nel Trattato dir. priv., diretto da P. Rescigno, X, Obbligazioni e contratti, t. 2, Torino, 2002, 607; Id., Le invalidità, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, II, nel Trattato dir. civ., diretto da R. Sacco, Torino, 2004, 527 ss.).

14 Da tali disposizioni la dottrina faceva altresì discendere l’esclusione della regola della rilevabilità d’ufficio: L. Puccini, Studi sulla nullità relativa, Milano, 1967, 124 ss., spec. 142 e 171. Anche la giurisprudenza, sia di legittimità sia di merito, ha per lungo tempo considerato la irrilevabilità d’ufficio alla stregua di un logico corollario della relatività della nullità: cfr. ad es. Cass. 14 febbraio 1975, n. 590, in Giur. it., 1976, I, 1, 1203 ss., spec. 1205; Cass. 12 ottobre 1998, n. 10083, in Foro it., 1999, I, 126 ss., spec. 128; Trib. Firenze, 5 maggio 1960, ivi, 1960, I, 2, 855 ss., spec. 857.

15 In questo senso, cfr. M. Nuzzo, Sulla rilevabilità d’ufficio del difetto di forma convenzionale, in Giust. civ., 1980, I, 2241-2242 e, sia pure in una diversa prospettiva, F. Festi, Il divieto di “venire contro il fatto proprio”, Milano, 2007, 164-165. Contra, tuttavia, D. Maffeis, Autonomia privata, formalismo volontario e nullità del contratto, in Contratti, 1996, 419 ss.

16 Cass. 9 aprile 2003, n. 5575, in Rep. Foro it., 2003, voce “Contratto in genere”, n. 517. In dottrina, vi aderisce M. Mantovani, La nullità e il contratto nullo, in Trattato del contratto, diretto da V. Roppo, IV, Rimedi, 1, a cura di A. Gentili, Milano, 2006, 97. Nega, invece, in radice che esista un tale orientamento S. Pagliantini, Autonomia privata e divieto di convalida del contratto nullo, Giappichelli, Torino, 2007, 190, nota 151. Già G. Mirabelli, Dei contratti in generale, Torino, 1967, 450 aveva, peraltro, osservato che, «se si tratta di negozio obbligatorio e la prestazione sia stata adempiuta, la prescrizione che colpisce l’azione di ripetizione rende inutilizzabile la successiva pronuncia di nullità» [corsivo aggiunto].

17 Cave: benché la formulazione della disposizione de qua evochi una platea potenzialmente ampia di legittimati, la sua ratio, eminentemente sanzionatoria, esclude dal novero di tali soggetti (proprio e soltanto) colui che versi in stato di interdizione legale (in questo senso, cfr. L. Bruscuglia, Riflessioni sull’interdizione legale, in Scritti in onore di Dante Gaeta, Milano, 1984, 64 ss.).

18 Come quella prevista dall’art. 4 della legge 29 maggio 1967, n. 379, che, in relazione ai contratti dispositivi di terreni assegnati da parte di enti di sviluppo fondiario per i quali sia avvenuto il riscatto anticipato da parte dell’assegnatario ai sensi dell’art. 1 della medesima legge e siano posti in essere senza l’autorizzazione dell’ente nonché prima della scadenza di un dato termine, commina una annullabilità che può essere fatta valere dall’ente ovvero da chiunque vi abbia interesse (la giurisprudenza non nutre dubbi nel qualificarla come annullabilità assoluta: Cass. 6 gennaio 1984, n. 81, in Giur. agr. it., 1985, II, 617 ss.; Cass. 9 settembre 1998, n. 8905, in Dir. e giur. agr., 1999, 287 ss.; Cass. 9 marzo 1999, n. 1996, in Riv. not., 1999, II, 1524 ss.; Cass. 30 luglio 2004, n. 14565, in Mass. Giust. civ., 2004, 7-8).

19 Adotta, invece, un diverso criterio F. Messineo, voce Annullabilità e annullamento, in Enc. dir., II, Milano, 1958, 474-475, secondo cui tale figura ricorrerebbe ogniqualvolta la legittimazione spetti a soggetti diversi dalla persona colpita dal vizio e dal suo erede. Ma ove si accogliesse questa tesi, si dovrebbe prendere atto – come riconosce l’A. – di una «abbondanza dei casi di annullabilità assoluta» (come, ad es., il contratto concluso dall’incapace di intendere e di volere ex art. 428 cod. civ., o il contratto concluso dal rappresentante con se stesso ex art. 1395 cod. civ.).

20 Anche la voce più critica verso il dogma della bipartizione fra nullità e annullabilità ha riconosciuto che la contrapposizione si traduce e risolve in queste due differenze (R. Sacco, Le invalidità, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, II, cit., 528 e 529).

21 Cfr., sia per riferimenti sia per osservazioni critiche, F. Corsini, Rilevabilità di ufficio della nullità contrattuale, principio della domanda e poteri del giudice, in Riv. dir. civ., 2004, II, 675 ss.; S. Monticelli, Fondamento e funzione della rilevabilità d’ufficio della nullità negoziale, ivi, 1990, I, 669 ss.

22 Che sembrava essere stato ridimensionato dall’overruling di Cass. 22 marzo 2005, n. 6170, in Corr. giur., 2005, 957 ss., con commento di V. Mariconda. Ma nei successivi giudicati la giurisprudenza è (consapevolmente) tornata sui propri passi (Cass. 14 ottobre 2005, n. 19903, in Foro it., 2006, I, 2107, con commento di F. Di Ciommo; Cass. 6 ottobre 2006, n. 21632, in Obbligazioni e contratti, 2007, 494; Cass. 21 gennaio 2008, n. 1218, in Guida dir., 2008, n. 12, 66).

23 Cass. S.U. 3 febbraio 1998, n. 1099, in Giust. civ., 1998, I, 645 ss., spec. 648. In senso conforme, ex multis, Cass. 25 maggio 2001, n. 226, in Foro it., 2001, I, 2810 ss.; Cass. 27 luglio 2005, n. 15661, ivi, 2005, I, 2659 ss.; Cass. 16 marzo 2010, n. 6326, in Mass. Giust. civ., 2010, 3, 337.

24 Anche a tacer del tentativo compiuto da chi ha ritenuto che la sentenza di nullità abbia sempre natura costitutiva (A. Proto Pisani, Appunti sulla giustizia civile, Bari, 1982, 112-113), si registrano ipotesi in cui la sentenza di nullità ha carattere costitutivo: si pensi alla nullità prevista dall’art. 7 D.Lgs. 231/2002 (in tal senso, G. De Cristofaro, Obbligazioni pecuniarie e contratti d’impresa: i nuovi strumenti di lotta contro i ritardi nel pagamento dei corrispettivi di beni e servizi, in Studium iuris, 2003, 13; E. Russo, Le transazioni commerciali, Padova, 2005, 242), ovvero alla nullità prevista dall’art. 2 del D.Lgs. 20 giugno 2005, n. 122 (in tal senso, G. Sicchiero, Nullità per inadempimento?, in Contr. e impr., 2006, 394-395).

25 Alla regola della perpetuità delle eccezioni sono dedicate le recenti riflessioni sistematiche di G. Gabrielli, Temporalia ad agendum perpetua ad excipiendum, in Riv. dir. civ., 2008, I, 713 ss.

26 Cfr. ad es. Cass. 30 marzo 1989, n. 1556, in Mass. Giur. it., 1989, 231; Cass. 19 luglio 2002, n. 11182, ivi, 2002, 838. Una parte della dottrina si spinge oltre, riconoscendo al potere di annullamento di un contratto la natura di diritto potestativo sostanziale, esercitatile anche in via stragiudiziale (I. Pagni, Le azioni di impugnativa negoziale. Contributo allo studio della tutela costitutiva, Milano, 1998, 266 ss.).

27 Come osserva A. Gentili, Le invalidità, in I contratti in generale, II, a cura di E. Gabrielli, nel Trattato dei contratti, diretto da P. Rescigno e E. Gabrielli, Torino, 2006, 1451-1452, «il sistema disegnato dall’art. 1418 è incompleto», perché non contempla casi come la immeritevolezza di tutela degli interessi perseguiti con il contratto, la indeterminatezza del soggetto, l’incapacità giuridica speciale di uno dei contraenti.

28 Usa questa terminologia V. Roppo, Il contratto, in Tratt. dir. priv., a cura di G. Iudica e P. Zatti, Milano, 2001, 746 e 754.

29 Sul tema, cfr., dopo il fondamentale saggio di G. De Nova, Il contratto contrario a norme imperative, in Riv. crit. dir. priv., 1985, 435 ss., spec. 439, P.M. Putti, La nullità parziale. Diritto interno e comunitario, Esi, Napoli, 2002, 359 ss.; G. Perlingieri, Negozio illecito e negozio illegale. Una incerta distinzione sul piano degli effetti, Esi, Napoli, 2003, 21 ss.; G. D’Amico, Ordine pubblico e illiceità contrattuale, in AA.VV., Illiceità, immeritevolezza, nullità. Aspetti problematici dell’invalidità contrattuale, a cura di F. Di Marzio, Esi, Napoli, 2004, 10 ss.

30 In argomento, cfr. soprattutto D. Carusi, Contratto illecito e soluti retentio. L’art. 2035 c.c. tra vecchie e “nuove” immoralità, Napoli, 1995; S. Delle Monache, Il negozio immorale tra negazione dei rimedi restitutori e tutela proprietaria. Per una riflessione sul sistema traslativo dei diritti, Padova, 1997; D. Maffeis, Contratti illeciti o immorali e restituzioni, Milano, 1999; D. Carusi, voce Prestazione (immoralità della), in Enc. giur. Treccani, XXIV, Roma, 2004.

31 Per un esame critico di tale orientamento, cfr. D. Maffeis, Attività “riservate” e prestazione del soggetto non iscritto, fra privilegi corporativi e concorrenza, in Corr. giur., 2004, 260 ss.

32 Anche nella letteratura giuridica non manualistica si legge, ad esempio, che, al di fuori della nullità e della annullabilità, «la legge non ammette altre cause di invalidità: o meglio, la dottrina non riconosce dell’invalidità altre applicazioni legislative» (C.M. Mazzoni, Invalidità degli atti giuridici, in Riv. dir. civ., 1989, I, 231).

33 R. Sacco, Le invalidità, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, II, cit., 531-532.

34 G. Doria, I negozi sull’effetto giuridico, Milano, 2000, 337 ss., il quale infatti suggerisce di utilizzare l’espressione «inidoneità in senso tecnico» (ibidem, 401), che sarebbe la peculiare ed eterogenea forma di invalidità, caratteristica ed esclusiva di siffatti negozi.

35 Sui suoi possibili significati od accezioni, cfr. V. Zeno-Zencovich, Ma cos’è il “diritto privato europeo”?, in Studi economico-giuridici della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari, LVIII, In memoria di Lino Salis, Giappichelli, Torino, 2000, 1255 ss.; N. Lipari, Diritto privato e diritto privato europeo, in Scritti in memoria di Giovanni Cattaneo, II, Milano, 2002, 1329 ss.; L. Moccia, Dal «mercato» alla «cittadinanza»: ovvero, dei possibili itinerari di diritto privato europeo, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 2003, 398 ss. e 403 ss.; G. Alpa, Diritto privato europeo: fonti normative e programmi di armonizzazione, in Nuova giur. civ. comm., 2003, II, 17 ss.; Id., Il diritto privato europeo: significato e confini del sintagma, in G. Alpa-G. Capilli (a cura di), Lezioni di diritto privato europeo, Padova, 2007, 3 ss.

36 La nozione di market failures (che, come rilevato da T. Padoa-Schioppa, Il governo dell’economia, Il Mulino, Bologna, 1997, 13, viene infelicemente tradotta in italiano con l’espressione “fallimenti del mercato”) proviene dalla letteratura economica: cfr., in vece di altri, F.M. Bator, The Anatomy of Market Failure, in 72(3) Q.J. Economics, 351 ss. (1958); T. Cowen, The Theory of Market Failure: A Critical Examination, Fairfax, Va., 1988.

37 Come è stato, anche di recente, messo in luce, il diritto europeo postula e presuppone i concetti dei diritti nazionali, ma non introduce mai «nuovi concetti basilari, né sostituisce con nuove varianti quelli tradizionali» (A. Gentili, I concetti nel diritto privato europeo, in Riv. dir. civ., 2010, I, 778).

38 G. Alpa, Il diritto dei consumatori: un laboratorio per i giuristi, in Liber amicorum per F.D. Busnelli, II, Milano, 2008, 191.

39 Aveva sottolineato la cripticità dell’espressione A. Liserre, Le condizioni generali di contratto tra norma e mercato, in Scritti in onore di Rodolfo Sacco. La comparazione giuridica alle soglie del 3° millennio, II, Milano, 1994, 688.

40 Troppo affrettata risulta, quindi, l’affermazione di G. De Cristofaro, Le invalidità negoziali «di protezione» nel diritto comunitario dei contratti, in AA.VV., Le forme della nullità, a cura di S. Pagliantini, Giappichelli, Torino, 2009, 186, secondo cui «in nessuno dei provvedimenti che concorrono a comporre il diritto comunitario dei contratti viene utilizzato il termine “nullo”, “annullabile”, “invalido” o “inefficace” per designare contratti, pattuizioni o clausole contrastanti o comunque incompatibili con i precetti volta a volta contenuti nei singoli provvedimenti».

41 Che connota ormai un nuovo paradigma normativo: V. Roppo, Contratto di diritto comune, contratto del consumatore, contratto con asimmetria di potere contrattuale: genesi e sviluppo di un nuovo paradigma, in Riv. dir. priv., 2001, 788. Sulla evoluzione della nozione di contraente “debole”, cfr. da ultimo H. Rösler, Protection of the Weaker Party in European Contract Law: Standardized and Individual Inferiority in Multi-level Private Law, in ERPL, 4/2010, 729 ss.; W. Leisner, Markt- oder Verteilungsstaat?: Schwächerenschutz und Verfassung in Krisenzeit, in JZ, 2008, 1062.

42 N. Irti, La nullità come sanzione civile, in Contr. e impr., 1987, 544 [corsivo dell’A.].

43 Che «nel diritto europeo (…) alla tradizionale concezione dualistica e bipolare dell’invalidità si è sostituita una diversa e opposta configurazione essenzialmente solitaria e monistica, incentrata sulla nullità», osserva V. Scalisi, L’invalidità e l’inefficacia, in C. Castronovo e S. Mazzamuto (a cura di), Manuale di diritto privato europeo, II, Milano, 2007, 476.

44 P. Corrias, Irregolare registrazione dei contratti di assicurazione nel portafoglio italiano e tutela dell’assicurato: una “falsa” ipotesi di annullabilità, in Studi economico-giuridici della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari, LVI, 1995-1996, Giappichelli, Torino, 1998, 133 ss., spec. 145 ss.

45 Sulla distinzione fra gaps of knowledge (lacune di conoscenza) e gaps of recognition (lacune di riconoscimento), il rinvio d’obbligo è a C.E. Alchourrón/E. Bulygin, Normative Systems, Wien-New Jork, 1971, 33 e 153.

46 V. Roppo, Contratto di diritto comune, contratto del consumatore, contratto con asimmetria di potere contrattuale, cit., rispettivamente 773 e 784 (cfr. anche Id., Autonomia privata e poteri unilaterali di conformazione del contratto, in AA.VV., Confini attuali dell’autonomia privata, a cura di A. Belvedere e C. Granelli, Padova, 2001, 156). Del medesimo avviso era, oltreché la dottrina prevalente (per gli opportuni riferimenti, cfr. G. D’Amico, L’abuso di autonomia negoziale nei contratti dei consumatori, in Riv. dir. civ., 2005, I, 627, note 5 e 6; quibus adde F.D. Busnelli, Note in tema di buona fede ed equità, in Riv. dir. civ., 2001, I, 551), la giurisprudenza (Cass. 4 aprile 2001, n. 4946, in Giust. civ., 2001, I, 1785 ss.; Cass. 29 settembre 2005, n. 19024, in Contratti, 2006, 446 ss.; Trib. Milano, 12 gennaio 2007, in Ass., 2007, II, 2, 55 ss.).

47 Per vero, tali fonti fanno riferimento all’aspetto positivo della validity: ma nulla osta ad adattare (anche) all’attività di traduzione la tecnica del c.d. “vaso di Rubin o della tassellazione biedrica, inventata dall’artista olandese M.C. Escher, in cui la figura e lo sfondo svolgono reciprocamente un ruolo complementare. Anche C. Castronovo, Traduzione: dalla prassi all’idea, in Europa e dir. priv., 2002, 879, riconoscendo la natura “mentitoria” della traduzione del titolo del capitolo III dei PECL, ha osservato che tale titolo si occupa in realtà dell’invalidità, prevede cioè «quando un contratto è invalido, non ciò che è necessario perché il contratto sia valido», sicché si è trattato, per il traduttore, di «una presa d’atto che non sembrava ammettere alternative».

48 Nei PECL ricorre altresì (art. 15:101) la categoria della inefficacia (ineffectiveness): ma tale previsione è contenuta nella parte III, che è stata oggetto di una successiva e separata pubblicazione rispetto alle Parti I e II e che, per ammissione degli stessi redattori, è in parte qua provvisoria, in attesa di una nuova edizione complessiva (cfr. Commissione per il diritto europeo dei contratti, Principi di diritto europeo dei contratti, Parte III, Edizione italiana a cura di C. Castronovo, Milano, 2005, 219).

49 C. Castronovo, Un contratto per l’Europa, in Commissione per il diritto europeo dei contratti, Principi di Diritto Europeo dei Contratti, Parte I e II, Edizione italiana a cura di Carlo Castronovo, Milano, 2001, XLVI-XLVII. Gli fa eco (ma con un periodare non giuridicamente ortodosso) G. Grasso, La disciplina dell’invalidità nei principi di diritto europeo dei contratti, Napoli, 2005, 409.

50 Tanto che la Commissione europea lo ha additato come l’unico «progetto di codice dei contratti»: v. Comunicazione 11 luglio 2001 sul diritto contrattuale europeo [COM(2001) 398 def.].

51 Cfr. G.B. Ferri, Validità e patologie nel Code Européen des contrats, in Europa e dir. priv., 2005, 937. Sottolinea il carattere originale ed innovativo del progetto V. Forti, La theorie des nullites dans le code européen des contrats de Pavie, in AA.VV., La théorie des nullités. Etudes réunies par M. Boudot & P.M. Vecchi, LGDJ, Paris-Poitiers, 2008, 238-239.

52 Sul punto, cfr., in vece di altri, C. Scognamiglio, Prospettive europee della responsabilità civile e discipline del mercato, in Europa e dir. priv., 2000, 340: «La “politica” di protezione del consumatore non è (…), nella prospettiva comunitaria, ispirata ad una visione di sapore dickensiano della debolezza della sua posizione, che ha caratterizzato (o afflitto) così a lungo il dibattito italiano in materia: è, piuttosto, disciplina del mercato e dei suoi equilibri»; G. Grisi, Gli obblighi di informazione, in S. Mazzamuto (cur.), Il contratto e le tutele. Prospettive di diritto europeo, Giappichelli, Torino, 2002, 157; G. Benedetti, Tutela del consumatore e autonomia contrattuale, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 1998, 26: «Si tutela (…) il contratto, come mezzo di scambio negoziato, per consentire al mercato di funzionare, e non il consumatore, in sé» [corsivo dell’A.].

53 Originariamente ritenute da alcuni superflue, in quanto la loro introduzione sarebbe da imputare all’intento dei compilatori di non far “sfigurare” in termini quantitativi la disciplina della nullità rispetto a quella dell’annullabilità: A. Fedele, in Codice civile. Commentario, diretto da M. D’Amelio e E. Finzi, Delle obbligazioni in generale e dei contratti in generale, I, a cura di W. D’Avanzo, Firenze, 1948, 638; cfr. anche Id., La invalidità del negozio giuridico di diritto privato, Giappichelli, Torino, 1943, 321.

54 Il rilievo ricorre spesso nella letteratura giuridica recente. A titolo esemplificativo, si veda F. Di Marzio, Verso il nuovo diritto dei contratti (note sulla contrattazione digitale), in Riv. dir. priv., 2002, 733: «nuove figure della nullità hanno arricchito l’ordinamento scombussolando tutte le familiarità del pensiero, frantumando ogni precedente costruzione dogmatica, edificata (come sempre accade) con sacrificio di tutto quanto potesse stridere con la lineare artificialità del sistema. Il disagio è grande: qui più che altrove».

55 Per un primo inquadramento dogmatico, cfr. G. Passagnoli, Nullità speciali, Milano, 1995.

56 Sulle origini (francesi) della nozione di ordine pubblico economico, cfr. da ultimo A. Federico, L’ordine pubblico economico e il contratto, in AA.VV., Illiceità, immeritevolezza, nullità. Aspetti problematici dell’invalidità contrattuale, cit., 61 ss.

57 Contra, invece, G. D’Amico, L’abuso di autonomia negoziale nei contratti dei consumatori, cit., 637 e M. Nuzzo, Riflessioni in tema di nullità speciali, in Liber amicorum per F.D. Busnelli, II, Milano, 2008, 236. Anche la nostra Suprema Corte identifica nullità di protezione e nullità relativa: si veda Cass. S.U. 19 dicembre 2007, n. 26724, in Nuova giur. civ. comm., 2008, I, 432 ss. (punti 1.6 e 1.8 della motivazione).

58 Sulla ratio protettiva di tale nullità, cfr., ex multis, R. Quadri, Le c.d. nullità protettive, in F. Bocchini (a cura di), Diritto dei consumi e nuove tecnologie, I, Torino, 2003, 417-418.

59 Tale nullità sarebbe, poi, connotata da un ulteriore profilo di specialità, nel senso che può essere fatta valere anche in via stragiudiziale (in questo senso, App. Ancona, 20 novembre 1985, in Nuovo dir. agr., 1985, 637; Trib. Potenza, 19 febbraio 1987, n. 114, in Giur. agr. it., 1987, 678; App. Cagliari, 10 marzo 1987, in Riv. giur. sarda, 1988, 506; Trib. S. Maria Capua Vetere, 21 maggio 1987, in Riv. dir. agr., 1989, II, 80).

60 Sulla ratio di tale previsione, che trascende l’interesse del singolo contraente, cfr. G. Casu, Normativa su rendimento energetico e commerciabilità dei fabbricati, in Riv. not., 2007, I, 35 e 39.

61 Mentre la giurisprudenza si è finora espressa per la testualità della relatività della nullità: Cass. 24 maggio 1993, n. 5827, in Giur. it., 1994, I, 1, 589-590; Cass. 13 aprile 1989, n. 1776, in Rass. equo canone, 1989, 259 ss.; v. anche Trib. Busto Arsizio, 26 gennaio 2000, in Arch. locazioni, 2000, 277.

62 Cfr. ad es. F. Prosperi, Subfornitura industriale, abuso di dipendenza economica e tutela del contraente debole: i nuovi orizzonti della buona fede contrattuale, in Rass. dir. civ., 1999, 657-658; T. Longu, Il divieto dell’abuso di dipendenza economica nei rapporti tra le imprese, in Riv. dir. civ., 2000, II, 375; A. Gentili, Le invalidità, cit., 1546; G. Villa, Invalidità e contratto tra imprenditori in situazione asimmetrica, in AA.VV., Il terzo contratto, a cura di G. Gitti e G. Villa, Il Mulino, Bologna, 2008, 134.

63 Cfr. ad es. G. Amadio, Nullità anomale e conformazione del contratto (note minime in tema di “abuso dell’autonomia contrattuale”), in Riv. dir. priv., 2005, 289 ss.; P. Mengozzi, I ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, Padova, 2007, 144 ss.

64 In questo senso, G. Passagnoli, Il contratto usurario tra interpretazione giurisprudenziale ed interpretazione “autentica”, in AA.VV., Squilibrio e usura nei contratti, a cura di G. Vettori, Padova, 2002, 48 ss., spec. 60, sulla base di un’intuizione di G. Oppo, Lo «squilibrio» contrattuale tra diritto civile e diritto penale, in Riv. dir. civ., 1999, I, 543.

65 Sul punto, ci permettiamo di rinviare il lettore, anche per i riferimenti, ad A. Maniaci, Le regole sugli interessi usurari, in AA.VV., Il mutuo e le altre operazioni di finanziamento, dir. da V. Cuffaro, Zanichelli, Bologna, 2005, 101.

66 A. di Majo, Le nullità nuove, in A. Di Majo-G.B. Ferri-M. Franzoni, Il contratto in generale, VII, nel Trattato dir. priv., diretto da M. Bessone, vol. XIII, Giappichelli, Torino, 2002, 130; V. Scalisi, L’invalidità e l’inefficacia, cit., 485; M. Mantovani, La nullità e il contratto nullo, cit., 77. In senso contrario, v. però A. Gentili, Nullità di protezione e ruolo del notaio, in Riv. not., 2010, I, 297, secondo cui anche nelle nullità di protezione convivono le due anime della nullità: quella protettiva e quella repressiva.

67 Può essere in proposito richiamato l’insegnamento di G. Gorla, Il contratto, I, Milano, 1955, 268 ss., il quale individuava nella esigenza di evitare ingiustificati arricchimenti la ratio delle restituzioni conseguenti alla nullità della promessa per mancanza di causa dell’attribuzione patrimoniale.

68 La dottrina non ha finora dedicato una adeguata riflessione sulla portata sistematica della disposizione de qua: fra i pochi, cfr. M. Roma, Vendita a distanza di servizi finanziari, regime sanzionatorio, in Dir. econ. ass., 2006, 465 ss., spec. 479, il quale ritiene si tratti di una sanzione «manifestamente afflittiva per l’impresa illecita», che «conforta l’allusione alla pena civile».

69 In relazione alla prima ipotesi, si è parlato di conversione legale del contratto, da oneroso a gratuito (G. Collura, La nuova legge dell’usura e l’art. 1815 c.c., in Contr. e impr., 1998, 615; G. Biscontini, Conversione legale e rapporti usurari: a proposito di una recente giurisprudenza, in Rass. dir. civ., 2000, 533 e 541); in relazione alla seconda, è stato sottolineato: «Il professionista lavorerà gratis. Il meccanismo della pena privata si riafferma con vigore» (F. Di Marzio, La nullità del contratto, Padova, 2008, 828).

70 Si è comunque accreditata l’idea che la rilevabilità d’ufficio costituisca un tratto essenziale della nullità c.d. di protezione: V. Scalisi, L’invalidità e l’inefficacia, cit., 487-488; D. Russo, Profili evolutivi della nullità contrattuale, Esi, Napoli-Roma, 2008, 89.

71 «Ciò che distingue il costume dal diritto è precisamente la tipicità costante dell’istituzione o dell’istituto che si fissa»: C. Goretti, La normatività giuridica, Padova, 1950, 128. Come sottolineato da J.H. Merryman, The Civil Law Tradition, Stanford, 1969, 54, il giurista di common law «is less compelled by prevailing attitudes to cram the dispute into a box built by legislature than his civil law counterpart».

72 Cfr. M. Barcellona, Diritto, sistema e senso. Lineamenti di una teoria, Giappichelli, Torino, 1996, 103 ss.

73 Taluno rinviene nelle regole di cui si compone tale disposizione un modello di disciplina unitaria, applicabile a tutti i contratti fra professionisti e consumatori (F. Di Marzio, Codice del consumo, nullità di protezione e contratti del consumatore, in Riv. dir. priv., 2005, 843 ss.). Ma nel senso di una impossibilità di una reductio ad unum delle nullità c.d. di protezione è la dottrina maggioritaria: cfr. ad es. G. Bonfiglio, La rilevabilità d’ufficio delle nullità di protezione, in Riv. dir. priv., 2004, 876; V. Scalisi, Contratto e regolamento nel piano d’azione delle nullità di protezione, in Riv. dir. civ., 2005, I, 460 ss.; M. Mantovani, La nullità e il contratto nullo, cit., 173; M. Maugeri, Contratti caratterizzati da squilibrio di potere. Costruzione di un modello unitario di rimedio invalidativo o pluralità di modelli?, in Studi per Giovanni Nicosia, V, Milano, 2007, 249 ss.

74 L’inciso normativo evoca quel fenomeno che la dottrina tedesca chiama «personalen Relativierung» della nullità o della inefficacia (R.M. Beckmann, Nichtigkeit und Personenschutz. Parteibezogene Einschränkung der Nichtigkeit von Rechtsgeschäften, Mohr Siebeck, Tübingen, 1998, passim, spec. 349 ss.) e la nostra chiama «nullità efficienti» (V. Scalisi, Contratto e regolamento nel piano d’azione delle nullità di protezione, cit., 471).

75 Si è parlato di un potere-dovere del giudice «non irrelato, cioè ad esercizio incondizionato e automatico, bensì condizionato» nell’esercizio dall’interesse del soggetto protetto (G. Bonfiglio, La rilevabilità d’ufficio delle nullità di protezione, cit., 896). Sul punto è stato decisivo l’apporto interpretativo della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (a partire dalla sentenza 27 giugno 2000, proc. riuniti C-240/98 e C-244-98, causa Océano Grupo Editorial, in Europa e dir. priv., 2000, 1173 ss.). Per un esame critico di tale giurisprudenza, cfr. S. Pagliantini, in AA.VV., Le forme della nullità, cit., 27 ss. Da ultimo, si veda Corte di Giustizia CE, 4 giugno 2009, causa C-243/08, causa Pannon, spec. punti 33 e 35 della motivazione (in Contratti, 2009, 1115 ss., con commento di S. Monticelli).

76 Come in altre ipotesi di nullità c.d. speciali (ne dà atto G. Filanti, Nullità. III) Nullità speciali, in Enc. giur. Treccani, XXI, Roma, 2004, 1: «Nonostante l’evidente ratio protettiva di uno dei contraenti, il legislatore lascia in tutto o in parte la qualificazione della nullità sfornita di ulteriori specificazioni di disciplina»).

77 In questo senso, seppur con riferimento alla nullità dei contratti bancari, G. Panzarini, Sulle nullità del contratto bancario, in Contr. e impr., 1995, 481 ss.

78 La tesi della sanabilità delle clausole abusive è sponsorizzata, pur nella diversità di sfumature, da: G. D’Amico, Nullità virtuale – Nullità di protezione, in AA.VV., Le forme della nullità, cit., 20-21; M. Girolami, La nullità relativa di protezione: da eccezione a tertium genus nel sistema dell’invalidità negoziale, ibidem, 70 ss.; S. Pagliantini, La vaghezza del principio di “non vincolatività” delle clausole vessatorie secondo la Corte di Giustizia: ultimo atto?, in Rass. dir. civ., 2010, 514 ss.

79 Sul punto, cfr. C. Pilia, Circolazione giuridica e nullità, Milano, 2002, 287.

80 H. Kötz, Prefazione a H. Kötz/A. Flessner, Europäisches Vertragsrecht, Band I: Abschluß, Gültigkeit und Inhalt des Vertrages; Die Beteiligung Dritter am Vertrag, J.C.B. Mohr, Tübingen, 1996, V: «Freilich beginnt sich in den letzen Jahren immer mehr die Erkenntnis durchzusetzen, daß die europäische Rechtseinheit eine viel zu wichtige Sache ist, als daß man sie allein dem Gesetzgeber überlassen könnte»; ancor prima, R. Sacco, Il sistema del diritto privato europeo: le premesse per un codice europeo, in AA.VV., Il diritto privato europeo: problemi e prospettive. Atti del convegno internazionale, Macerata 8 – 10 giugno 1989, a cura di L. Moccia, Milano, 1993, 98: «La scienza basterà da sola, se saprà muoversi, per unificare i modi di conoscenza del diritto. Raggiunto questo obiettivo, l’uniformazione delle soluzioni legali sarà agevole. E forse non sarà nemmeno più necessaria. Senza l’opera omologatrice della scienza, un legislatore uniforme procederebbe su un terreno difficilissimo, tutto minato da pesanti disarmonie di linguaggio».

81 Posto che «l’albero dei generi e delle specie, comunque venga costruito, esplode in un pulviscolo di differenze, in un turbine infinito di accidenti»: U. Eco, L’antiporfirio, in G. Vattimo e P.A. Rovatti (cur.), Il pensiero debole, Milano, 1983, 73-74.

82 P. Spada, Titoli di credito, I, Esperienze, legislazione e dottrina, in Riv. dir. civ., 1986, II, 626. 

Autore: Prof. avv. Arturo Maniàci

Professore aggregato di Istituzioni di Diritto privato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È Autore di numerosi articoli, saggi e contributi scientifici, soprattutto in materia contrattuale e successoria. È membro del comitato di redazione delle seguenti Riviste giuridiche: Rivista di diritto privato, Casa ed. Cacucci; Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, Casa ed. Il Mulino; Il Foro padano, Casa ed. Fabrizio Serra. Ha tenuto lezioni di Diritto privato e di Diritto civile nelle seguenti Università: Università degli Studi di Milano; Università degli Studi di Roma Tre; Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha svolto Relazioni a Convegni in materia giuridica, organizzati da Università, Istituzioni, Ordini professionali e società private. Ha tenuto corsi di Public Speaking, organizzati da Mediamo S.r.l.

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