Clausola penale eccessiva:: «inefficacia» o riducibilità?

Inserito da in dicembre 9, 2015

Arturo Maniaci, Clausola penale eccessiva: “Inefficacia” o riducibilità?, in Contratti, 2005, pp. 1113-1122, ISSN 1123-5047

Clausola penale eccessiva: “Inefficacia” o riducibilità?

Nota a Corte d’Appello di Milano, Sez. I, Pres. Trombetti, Est. Lamanna, depositata in data 23 luglio 2004

Contratto in genere – Contratti del consumatore – Clausola penale di importo eccessivo – Conseguenze – Inefficacia – Riduzione equitativa – Presupposti – Inconfigurabilità.

(artt. 1384, 1469-bis, 3° comma, n. 6 cod. civ.)

Nei contratti stipulati tra un professionista e un consumatore, l’inefficacia della clausola penale di importo manifestamente eccessivo non consente di attribuire al giudice il potere di ridurla equitativamente ex art. 1384 Codice civile, poiché tale potere può esercitarsi soltanto sul presupposto che tale clausola sia valida ed efficace (Massima).

Traendo spunto dalla sentenza in epigrafe, l’Autore si sofferma sul problema del coordinamento fra l’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6) cod. civ. (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) e l’art. 1384 cod. civ., considerato che entrambe le previsioni normative contemplano la fattispecie della clausola penale di importo manifestamente eccessivo, dettando tuttavia una diversa disciplina.

Il caso e la questione

Una società di intermediazione immobiliare otteneva un decreto ingiuntivo nei confronti del proprietario di un bene immobile che aveva con la prima stipulato un contratto di mediazione (relativo alla compravendita del bene medesimo), in cui era prevista la corresponsione a titolo di penale di un importo pari a quello della provvigione dovuta in caso di buon esito dell’affare (4 % sul prezzo di vendita) per l’ipotesi in cui non fosse stata rispettata la clausola di esclusiva pattuita in favore del mediatore.

Il Giudice dell’opposizione dichiarava la clausola penale in questione abusiva ex art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 cod. civ., e dunque inefficace ai sensi dell’art. 1469-quinquies cod. civ.

In fase di appello, colui che aveva conferito l’incarico di mediazione avanzava – sia pure in via subordinata – una richiesta di riduzione dell’ammontare della penale pattuita inter partes.

La quaestio iuris affrontata dalla sentenza in epigrafe riguarda pertanto la possibilità o meno da parte del giudice (di merito) di

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ridurre equamente l’importo della clausola penale, ai sensi dell’art. 1384 cod. civ., anche dopo aver ritenuto abusiva la medesima clausola, ai sensi degli artt. 1469-bis e 1469-quinquies cod. civ.

Diritto comune dei contratti e «contratti dei consumatori»

Uno degli interventi più vistosi ed incisivi sul diritto comune dei contratti è stato operato dalla legge 6 febbraio 1996, n. 52, che ha introdotto il capo XIV-bis (“Dei contratti del consumatore”) del titolo II del libro IV del Codice civile, e cioè un corpus di norme considerato per certi aspetti eversivo rispetto al precedente impianto codicistico, incentrato sul rispetto e sulla salvaguardia della autonomia privata sub specie di libertà di determinazione del contenuto del contratto, ma al contempo destinato ad integrare la trama sistematica e concettuale di cui la disciplina di parte generale del contratto è comunque espressione. Tant’è che la più autorevole dottrina non ha mancato di osservare: «Gli artt. 1469-bis/1469-sexies non si lasceranno ridurre docilmente a diritto eccezionale, affidando la complessiva materia dei contratti all’antico regime del codice civile. È piuttosto da credere che da questo corpo estraneo partiranno impulsi di carattere sistematico, dapprima incerti, poi ambiziosi e prepotenti, per i quali uscirà ridisegnata l’intera disciplina dei contratti»[1].

Considerato che gli artt. 1469-bis ss. cod. civ. (successivamente trasfusi, con qualche modificazione, negli artt. 33 ss. del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, con cui il legislatore ha dichiarato di voler armonizzare e riordinare «le normative concernenti i processi di acquisto e di consumo», sostituendole e raccogliendole in un unico testo, secondo quella recente tecnica di drafting legislativo cui conviene il nome di “codice di settore”) non danno vita ad un diritto di classe, o allo statuto di un nuovo soggetto (il consumatore), ma «disciplinano il contratto, come strumento tipico dello scambio»[2], è inevitabile che sia sorta l’esigenza di un loro coordinamento con le altre disposizioni dedicate ai contratti in generale.

Tale esigenza si manifesta soprattutto in relazione al trattamento di singole tipologie di clausole.

Così, le clausole di esonero o limitazione della responsabilità contrattuale sono in astratto soggette ad una disciplina composita (art. 1229; art. 1341, 2° comma, cod. civ.; art. 1469-bis, 3° comma, nn. 1 e 2 – ora art. 33, 2° comma, lett. a e b D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –; art. 1469-quinquies, 2° comma, nn. 1 e 2 – ora art. 36, 2° comma, lett. a e b D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –), il cui frazionamento dipende da alcuni fattori, anche concorrenti fra loro, quali l’oggetto, la categoria di contratto (di massa o individuale) in cui esse sono inserite, la qualità dei soggetti contraenti[3].

Così, sulla base del diritto comune dei contratti la clausola che preveda una condizione sospensiva meramente potestativa a favore del professionista sarebbe nulla tout court (art. 1355 cod. civ.) e renderebbe nullo l’intero regolamento contrattuale, laddove in forza della disciplina dei «contratti del consumatore» sarebbe soltanto assistita da una «presunzione» relativa di abusività, insuscettibile di travolgere il contratto in cui sia inserita (art. 1469-bis, 3° comma, n. 20, trasfuso ora nell’art. 33, 2° comma, lett. v D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206)[4].

Così, alla clausola penale di importo manifestamente eccessivo è in astratto riservato dal legislatore un trattamento che presuppone un intervento del giudice ora in termini di conservazione correttivo-modificativa della clausola (art. 1384 cod. civ.[5]), ora in termini di soppressione o rimozione dei suoi effetti (artt. 1469-bis, 3° comma, n. 6 e 1469-quinquies cod. civ. – ora artt. 33, 2° comma, lett. f e 36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –).

Quest’ultima è l’ipotesi che verrà vagliata ed indagata in queste pagine.

Raffronto tra il rispettivo ambito di applicazione dell’art. 1384 cod. civ. e dell’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 cod. civ. (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206)

Come è noto, prima della entrata in vigore della novella che ha inserito il Capo XIV-bis nelle disposizioni di parte generale del contratto, la disciplina della clausola penale era tutta racchiusa negli artt. 1382-1384 del Codice civile.

Prima del 1996, l’unica forma di tutela prevista dall’ordinamento giuridico a fronte di una clausola di siffatto contenuto, «potenzialmente foriera di squilibri contrattuali»[6], consisteva dunque – in presenza di determinati presupposti – nella equa diminuzione del relativo ammontare da parte del giudice (art. 1384 cod. civ.). Anche della garanzia formale riconosciuta dagli artt. 1341-1342 cod. civ. è stata infatti sinora esclusa l’operatività in relazione alla clausola penale contenuta in contratti standard[7].

Con la legge 6 febbraio 1996, n. 52, il legislatore, nell’attuare la Direttiva comunitaria 93/13/CEE, ha apprestato una tutela sostanziale per il consumatore che abbia concluso con un professionista un contratto contenente una clausola penale. L’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 cod. civ. (trasfuso ora nell’art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) ha annoverato, fra le clausole che si presumono abusive fino a prova contraria e dunque suscettibili di essere dichiarate «inefficaci» (ora «nulle»), quelle che hanno per oggetto o per effetto di «imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente d’importo manifestamente eccessivo».

Tale disposizione suscita un problema di coordinamento[8] con la disciplina della clausola penale contenuta negli artt. 1382-1384 cod. civ.

Ma, prima di affrontarlo (e ove possibile risolverlo), è preliminare delimitare l’ambito di applicazione delle rispettive normative.

Anzitutto, dal punto di vista soggettivo, gli artt. 1382-1384 cod. civ. si applicano sia a contratti stipulati fra parti aventi una uguale forza contrattuale (quantomeno, dinanzi al legislatore) sia a contratti stipulati fra contraenti dotati di un potere negoziale strutturalmente asimmetrico, mentre l’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 cod. civ. (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) presuppone necessariamente un contratto B2C (business to consumer), e cioè che una parte rivesta la qualità soggettiva di «professionista» e l’altra la qualità soggettiva di «consumatore».

Dal punto di vista oggettivo, poi, mentre gli artt. 1382-1384 cod. civ. fanno esclusivo riferimento alla clausola penale, l’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 cod. civ. (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) contempla non soltanto il pagamento dovuto a titolo di clausola penale, ma anche quello dovuto «a titolo di risarcimento (…) o altro titolo equivalente», ricomprendendo con tale espressione anche la caparra confirmatoria[9], i patti c.d. di ritenzione di rate o canoni versati[10], l’indennità dovuta in caso di inadempimento della promessa del fatto del terzo[11]. Ex converso, l’oggetto della clausola penale può consistere, ai sensi dell’art. 1382 cod. civ., in «una determinata prestazione», e cioè in «qualsiasi comportamento, purché determinato o determinabile»[12], mentre la clausola contemplata dall’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) ha ad oggetto soltanto una prestazione di tipo pecuniario. Ed ancòra: mentre l’art. 1384 cod. civ. contempla (in via alternativa) i due presupposti dell’adempimento parziale e della manifesta eccessività dell’ammontare della penale, l’applicabilità dell’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) è subordinata alla ricorrenza soltanto del secondo di tali presupposti.

Nessuna rilevanza sotto tale profilo assume, invece, la decisione del debitore o consumatore (di chiedere o meno in giudizio la riduzione dell’importo della clausola penale o la declaratoria di «inefficacia» – ora «nullità» – della medesima), perché – contrariamente a quanto affermato, sia pure in via di obiter dictum, dalla decisione in epigrafe – alla mancata reazione (in termini di azione od eccezione) del debitore o del consumatore sopperisce comunque la regola che impone al giudice il rilievo ufficioso della manifesta eccessività dell’importo della penale[13], sia pure con i temperamenti dovuti ai noti limiti processuali introdotti in materia di impugnative negoziali dalla giurisprudenza[14], da un lato, e alla modulazione unilaterale della declaratoria di «inefficacia» – ora «nullità» – delle clausole abusive (che il legislatore, con l’art. 1469-quinquies, terzo comma, cod. civ. – ora trasfuso nell’art. 36, 3° comma, D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 – vuole, appunto, operi «soltanto a vantaggio del consumatore»[15]), dall’altro.

Come si vede, dal raffronto tra il rispettivo ambito di applicazione dei due gruppi di disposizioni normative (artt. 1382-1384 cod. civ., da una parte; artt. 1469-bis-1469-quinquies cod. civ. – ora artt. 33-36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –, dall’altra) emerge che la relazione che intercorre fra essi potrebbe essere qualificata – mutuando l’espressione dalle prassi discorsive dei giuristi penalisti – di specialità c.d. bilaterale (o reciproca)[16]: nel senso che, a fronte di sottosistemi esclusivi, cioè di aree astrattamente destinate ad essere ricoperte da classi di fattispecie esclusive dell’uno ovvero dell’altro gruppo di disposizioni normative, è individuabile un nucleo comune di fattispecie (in cui si determina pertanto una parziale sovrapposizione fra le due aree di disciplina), rappresentato dalla fattispecie della clausola penale, contenuta in un contratto concluso fra un «professionista» ed un «consumatore», avente ad oggetto una prestazione pecuniaria, il cui ammontare possa ritenersi manifestamente eccessivo.

Ed è appunto in relazione a tale fattispecie (e aggiungiamo, alla luce dei superiori rilievi: soltanto in relazione a tale fattispecie) che l’interprete è costretto a registrare «un’aporia difficilmente sanabile»[17], derivante dalla incompatibilità fra due norme[18] (in particolare: fra l’art. 1384 cod. civ. e l’art. 1469-quinquies cod. civ. – ora art. 36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –), di cui una prevede, come conseguenza, la riduzione dell’ammontare della clausola penale, mentre l’altra quella della inefficacia/nullità tout court della clausola medesima: che i due rimedi siano incompatibili è confermato dal fatto che (è pacifico che) la riduzione equitativa dell’importo pattuito a titolo di penale non può mai comportare la totale eliminazione della clausola[19].

Siamo pertanto di fronte ad una antinomia normativa, ed in particolare ad un’antinomia c.d. parziale-parziale, che si verifica «quando ognuna delle due norme ha un campo di applicazione in cui viene in conflitto con l’altra, ma possiede anche un ulteriore campo di applicazione in cui non sorge conflitto»[20].

Anche in teoria del diritto, è dato registrare incertezze sulla tecnica di composizione da adottare in relazione a tale tipologia di antinomia, considerato che neppure il criterio di specialità può essere utiliter impiegato, essendo – come si è visto – ognuna delle due norme antinomiche reciprocamente generale e speciale rispetto all’altra[21].

Non resta, allora, che appellarsi al criterio assiologico, in forza del quale l’interprete dovrà istituire una gerarchia di valore fra le due norme in questione, per modo da poter applicare soltanto una a dispetto dell’altra[22].

Cave: non è necessario fare ricorso a tale criterio (che non a caso è considerato residuale) quando l’interprete abbia escluso che nel caso concreto sia configurabile una antinomia per mancanza di una delle condizioni di applicabilità delle due norme: se, ad esempio, all’esito di quel complesso, discrezionale e concreto accertamento di abusività della clausola penale contenuta in un contratto stipulato fra un professionista ed un consumatore (che il legislatore italiano ha demandato al giudice), risultasse che tale clausola, pur manifestamente eccessiva, sia stata oggetto di trattativa o comunque non sia idonea a determinare uno squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto (essendo il professionista riuscito a vincere la «presunzione» di abusività stabilita dall’art. 1469-bis, 3° comma, n. 6 – ed ora dall’art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –), sarebbe infatti esclusa l’operatività della sanzione individuale prevista dall’art. 1469-quinquies cod. civ. (ora art. 36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206)[23], mentre nessun ostacolo si frapporrebbe all’esercizio del potere giudiziale di diminuzione dell’importo della penale ex art. 1384 cod. civ.

(Segue): Abusività della clausola penale ed applicabilità dell’art. 1384 cod. civ.

La decisione in epigrafe ha ritenuto di risolvere il conflitto (rectius: l’antinomia) fra l’art. 1384 cod. civ., da un lato, e gli artt. 1469-bis, 3° comma, n. 6 e 1469-quinquies cod. civ., dall’altro (ritenuti entrambi applicabili al caso di specie) in favore di queste ultime norme, affermando che l’esercizio del potere di riduzione equitativa di una clausola penale eccessiva presuppone che tale clausola sia valida ed efficace, perché altrimenti – come nel caso in cui la clausola venga ritenuta abusiva e dunque dichiarata «inefficace»/nulla – il potere riduttivo previsto dall’art. 1384 cod. civ. non avrebbe modo di esplicarsi.

Tale conclusione, che risulta peraltro in sintonia con quella cui era già finora pervenuta la prevalente giurisprudenza[24] e dottrina[25], può essere condivisa soltanto su un piano astratto e logico-formale, e comunque reclama una esplicitazione o quantomeno un chiarimento delle ragioni che giustificano la scelta (dell’interprete), volta ad attribuire una superiorità e prevalenza assiologica alle disposizioni che consentono di raggiungere il risultato – non importa in virtù di quale forma di patologia o impugnativa negoziale – di una eliminazione della clausola penale di importo eccessivo dal regolamento di interessi divisato da soggetti in situazione di disparità strutturale di posizioni contrattuali, rispetto a quelle che autorizzano soltanto una modificazione giudiziale del contenuto della clausola medesima.

Fra il rimedio ablativo-caducatorio, previsto dalla normativa in materia di clausole abusive, e quello conservativo-correttivo, previsto dall’art. 1384 cod. civ., sarebbe configurabile un rapporto di sussidiarietà del secondo rispetto al primo[26]: l’art. 1384 cod. civ., considerata dai più norma inderogabile[27], mira semplicemente a scongiurare l’esercizio abusivo, da parte di uno dei contraenti, di quel potente mezzo di autotutela convenzionale rappresentato dalla clausola penale[28], sicché un intervento del giudice in funzione correttiva non entrerebbe neppure in gioco quando la reazione predisposta dall’ordinamento giuridico sia predicabile in termini di invalidità/inefficacia.

Il giudizio di conformità del patto alle regole di validità/efficacia poste dall’ordinamento giuridico e il sindacato giudiziale dell’esercizio del diritto nascente dal patto sarebbero, insomma, due momenti (da tenere) logicamente distinti: soltanto l’esito positivo del primo rende possibile il secondo, laddove un esito negativo lo renderebbe superfluo, tant’è che, anche dal punto di vista cronologico, il potere giudiziale di riduzione dell’entità della prestazione dedotta nella penale si colloca nella fase di esecuzione del rapporto contrattuale[29], sebbene il criterio che presiede a tale giudizio equitativo faccia riferimento alla situazione esistente al momento della stipulazione del contratto[30].

Parlare – in relazione all’esercizio del potere riduttivo contemplato dall’art. 1384 cod. civ. – di un controllo sull’atto di autonomia privata[31] sarebbe dunque (oltre che inappropriato dal punto di vista terminologico[32], anche) fuorviante, perché il precetto di autonomia privata espresso dalla clausola penale di importo eccessivo rimane integro, venendo semmai dal giudice limitata (sotto il profilo quantitativo) la pretesa del contraente (a favore del quale la penale sia stata pattuita), allorché non giustificata – alla stregua di un criterio di proporzionalità – dall’interesse creditorio all’adempimento.

Del resto, «uno dei più importanti giuristi tedeschi»[33] aveva individuato, sia pure con riferimento alle clausole contenute in condizioni generali di contratto (e prima della approvazione ed entrata in vigore della AGB-Gesetz del 9 dicembre 1976), tre tipologie di controllo contrattuale (Vertragskontrolle) di carattere giudiziale: (i) il giudice può mettere in dubbio l’accettazione di certe clausole, in considerazione della mancata espressione del consenso su di esse secondo rigidi criteri formali; (ii) il giudice può in via interpretativa correggere la portata di una clausola particolarmente onerosa; (iii) il giudice può dichiarare priva di effetti una clausola caratterizzata dalla sua iniquità[34]. Come si vede, nell’ambito di questa classificazione non è dato rinvenire alcun cenno alla riduzione o correzione del contenuto della clausola, nonostante il § 343 del BGB (norma che l’autorevole giurista tedesco non poteva non conoscere) già prevedesse la possibilità per il giudice di ridurre l’ammontare convenuto nella clausola penale. Ed anche nel panorama della nostra letteratura accademica, quando è stato affrontato palam il problema dei tipi di controllo che l’ordinamento giuridico esercita sugli atti di autonomia privata, l’indagine è stata circoscritta alle nullità e alle varie forme di impugnabilità negoziali[35].

In definitiva, è indubbio che, sotto un profilo strettamente logico-formale, il potere di riduzione giudiziale contemplato dall’art. 1384 cod. civ. non sia uno strumento idoneo ad incidere sull’aspetto della validità o della efficacia della clausola penale; anzi, presuppone l’esistenza di una clausola penale valida ed efficace.

Che però, dal punto di vista sostanziale, l’esito interpretativo volto a privilegiare la sanzione individuale prevista dall’art. 1469-quinquies cod. civ., ed ora dall’art. 36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 (sempreché, ovviamente, ricorrano le relative condizioni di applicabilità), rispetto alla riducibilità della clausola penale manifestamente eccessiva prevista dall’art. 1384 cod. civ., sia idoneo a realizzare una maggior tutela del consumatore[36], in considerazione del fatto che la declaratoria di «inefficacia» (rectius, nullità) per abusività[37] della clausola penale comporta – oltre alla espunzione dall’assetto negoziale in cui sia stata inserita – la applicazione delle norme ordinarie in materia di risarcimento del danno da inadempimento[38], è affermazione aprioristica, perché non tiene conto di alcune variabili che, a seconda dei casi, potrebbero arrecare un maggior vantaggio al consumatore così come rendere la sua posizione deteriore.

Ed infatti, se è vero che, in forza delle norme generali in materia di risarcimento del danno contrattuale, incomberebbe sul creditore-professionista l’onere di provare l’esistenza di un danno effettivamente sofferto ed il suo ammontare (tale è, infatti, uno dei c.d. effetti naturali della stipulazione penale, che verrebbe meno qualora quest’ultima fosse dichiarata abusiva), è anche vero che, qualora la stipulazione penale non sia accompagnata da un patto di risarcibilità del danno ulteriore e svolga pertanto una funzione limitativa del risarcimento del danno[39], una riduzione giudiziale dell’eccessivo ammontare potrebbe comportare, in termini economici, un esborso inferiore rispetto a quello cui il debitore-consumatore sarebbe tenuto in caso di esito positivo del sindacato giudiziale di abusività della clausola ex artt. 1469-bis/1469-quinquies cod. civ. (ora artt. 33-36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206), il quale, aprendo le porte al giudizio risarcitorio, potrebbe far scaturire una sua responsabilità comprensiva del danno integrale che il creditore-professionista provi di aver subìto.

Va, pertanto, verificato se tale criterio, per così dire sostanziale, basato sulla esigenza di assicurare al consumatore il massimo grado di tutela, possa essere considerato il più adeguato a risolvere l’antinomia normativa in questione, e dunque a prevalere su quello formale (in base al quale, come si è visto, all’art. 1384 cod. civ. sarebbe attribuita portata e funzione sussidiaria).

A nostro avviso, una risposta in chiave affermativa è possibile trarre dalla meta-norma[40] contenuta nell’art. 142 del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, che ha sostituito tutte le disposizioni di cui prima si componeva il capo XIV-bis (“Dei contratti del consumatore”) del titolo II del libro IV del Codice civile con un’unica disposizione (l’art. 1469-bis), ove è previsto che le norme di parte generale del contratto (artt. 1321-1469 cod. civ.) «si applicano ai contratti del consumatore, ove non derogate dal codice del consumo o da altre disposizioni più favorevoli per il consumatore».

Viene così introdotto un sistema duttile di composizione delle antinomie fra norme generali del codice civile in materia contrattuale e norme consumeristiche: che non conosce risposte precostituite, ma affida all’interprete il delicato compito di scegliere la norma che risulti di volta in volta idonea a garantire una posizione di maggior vantaggio per il consumatore. E ciò, a seguito di una valutazione da compiersi non già in astratto (confrontando le astratte previsioni contenute nelle disposizioni legislative in conflitto), ma sempre in concreto (ponendo cioè a raffronto gli effetti complessivi che deriverebbero nel singolo giudizio dall’applicazione dell’una e dell’altra norma in conflitto), come anche suggerito dalla vulgata giurisprudenziale formatasi in relazione ad altre antinomie che reclamano una soluzione in termini di maggior favore: il pensiero corre al fenomeno della successione di leggi penali nel tempo soltanto modificative, regolato dall’art. 2, 3° comma, cod. pen.[41], al conflitto fra contrattazione collettiva ed individuale di lavoro quale presupposto di applicabilità dall’art. 2077, 2° comma, cod. civ.[42], al conflitto fra disciplina legale e pattizia nella determinazione dell’indennità spettante all’agente in caso di cessazione del rapporto, evocato – tramite il riferimento al criterio dell’equità – dall’art. 1751 cod. civ.[43].

[1] N. Irti, Iniziativa economica e concorrenza, in Id., L’ordine giuridico del mercato, Laterza, Roma-Bari, 1998, 100 (il saggio è riprodotto nelle successive edizioni dell’opera, ma non nell’ultima del 2003). Cfr. anche S. Maiorca, Tutela dell’aderente e regole di mercato nella disciplina generale dei “contratti del consumatore”, Giappichelli, Torino, 1998, 258-259, che parla di reinterpretazione e ricomposizione degli istituti di parte generale del contratto. C’è addirittura chi ha intravisto in quelle norme «un significativo esempio di compenetrazione tra diritto costituzionale e diritto privato» (M. Esposito, Profili costituzionali dell’autonomia privata, Padova, 2003, 76).

[2] G. Benedetti, Tutela del consumatore e autonomia contrattuale, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1998, 22 ss.

[3] Propende, invece, per una simultanea applicazione delle norme richiamate G. Bernardi, Art. 1469-bis, 3° comma, n. 1 – Art. 1469-quinquies, 2° comma, n. 1, in G. Alpa-S. Patti (a cura di), Le clausole vessatorie nei contratti con i consumatori. Commentario agli articoli 1469-bis – 1469-sexies del Codice civile, I, Milano, 1997, 136 ss.

[4] Con il conseguente rischio (segnalato, prima della attuazione in Italia della Direttiva 93/13, da M. Costanza, Condizioni generali di contratto e contratti stipulati dai consumatori, in C.M. Bianca e G. Alpa (a cura di), Le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori. L’attuazione della direttiva comunitaria del 5 aprile 1993, Padova, 1996, 457) di un depotenziamento della tutela del consumatore.

[5] Disposizione considerata di marca paternalistica da F. Cosentino, Il paternalismo del legislatore nelle norme di limitazione dell’autonomia dei privati, in Quadr., 1993, 133.

[6] E. Navarretta, Art. 1469-bis, comma 3°, n. 6, in Nuove leggi civ. comm., 1997, 890. Cfr. anche M. Bessone, Clausola penale e intervento del giudice nella disciplina dei contratti per adesione, in Riv. soc., 1980, 876, secondo cui le clausole penali costituiscono uno «strumento per possibili abusi di posizione dominante» di una delle parti.

[7] La ragione è stata individuata dalla giurisprudenza nella sua funzione di mera liquidazione anticipata e forfetaria del danno (ex multis: Cass. 23 dicembre 2004, n. 23965, in Rep. Foro it., 2004, voce “Contratto in genere”, n. 481; Cass. 23 maggio 1985, n. 3120, ivi, 1985, voce cit., n. 195; Cass. 9 giugno 1990, n. 5625, ivi, 1990, voce cit., n. 282; Cass. 22 novembre 1974, n. 3764, ivi, 1974, voce cit., n. 130), cui si accompagna l’argomento basato sul carattere tassativo dell’elenco delle clausole previste dall’art. 1341, 2° comma, cod. civ. (ex multis: Cass. 26 ottobre 2004, n. 20744, in Rep. Foro it., 2004, voce “Contratto in genere”, n. 482; Cass. 14 maggio 1983, n. 3314, ivi, 1983, voce cit., n. 246), e dalla dottrina (anche) nella più incisiva ed efficace tutela offerta dalla possibilità di una sua riduzione ex art. 1384 cod. civ. rispetto a quella della c.d. doppia sottoscrizione (A. Marini, In tema di approvazione specifica per iscritto della clausola penale, in Rass. dir. civ., 1980, 553; G. Bonilini, Sulla natura vessatoria della clausola penale, in questa Rivista, 1993, 248; S. Mazzarese, Clausola penale, ne Il Codice civile. Commentario, diretto da P. Schlesinger, Milano, 1999, 447). Il tentativo, compiuto da una parte minoritaria della dottrina, di considerare la clausola penale assoggettata alla disciplina di cui all’art. 1341 cod. civ., quando non clamorosamente smentito dal dato positivo (sorprende ad es. l’affermazione di U. Mattei, I rimedi, in AA.VV., Il diritto soggettivo, in Tratt. dir. civ., diretto da R. Sacco, Torino, 2001, 157, secondo cui la clausola penale sarebbe «guardata con un certo sospetto dal diritto civile che la inserisce (…) fra quelle vessatorie assoggettate a particolari cautele formali [art. 1341 c.c.]») non è destinato a superare lo scoglio rappresentato dalla tassatività dell’elenco delle clausole vessatorie: qualificare la clausola penale come clausola limitativa della facoltà di opporre eccezioni (G. Mirabelli, Dei contratti in generale, Torino, 1980, 343; F. Carresi, Il contratto, in Tratt. dir. civ. e comm., già diretto da A. Cicu e F. Messineo, continuato da L. Mengoni, XXI, 1, Milano, 1987, 253-254) significa – quantomeno – proporre una interpretazione analogica (e non già estensiva) della norma, considerato che la clausola penale regola gli effetti dell’inadempimento, senza incidere sulla tutela processuale della parte e che, al più, l’unico effetto processuale ravvisabile opererebbe sul piano dell’onere della prova (del danno) (in questo senso, cfr. S. Patti, Prove. Disposizioni generali, in Comm. cod. civ., a cura di A. Scialoja e G. Branca, Bologna-Roma, 1987, 182, nota 3).

[8] Di non agevole soluzione: aveva sùbito segnalato G. Cian, Il nuovo Capo XIV-bis (Titolo II libro IV) del codice civile, sulla disciplina dei contratti con i consumatori, in Studium iuris, 1997, 422. Secondo M. Costanza, Coordinamento tra vecchia e nuova disciplina, in Nuove leggi civ. comm., 1997, 791, il problema sarebbe addirittura imputabile ad una dimenticanza del legislatore.

[9] E. Navarretta, Art. 1469-bis, comma 3°, n. 6, cit., 892; S. Mazzarese, Clausola penale, cit., 461 ss.

[10] G. De Nova, Le clausole vessatorie. Art. 25, legge 6 febbraio 1996, n. 52, Ipsoa, Milano, 1996, 21-22.

[11] G. Lener, La nuova disciplina delle clausole vessatorie nei contratti dei consumatori, in Foro it., 1996, V, 170; C. Caricato, Art. 1469-bis, 3° comma, n. 6, in AA.VV., Clausole vessatorie nei contratti del consumatore, a cura di G. Alpa e S. Patti, in Il codice civile. Commentario, fondato e già diretto da Schlesinger e continuato da F.D. Busnelli, Milano, 2003, 369-370.

[12] P. Chirico, Art. 1469-bis, comma 3, n. 6, in AA.VV., Clausole vessatorie e contratto del consumatore (art. 1469-bis e ss.), I, 3ª ed., a cura di E. Cesàro, Padova, 2001, 227. È questa la communis opinio: cfr. A. Iannarelli, La clausola penale, in I contratti in generale, VIII, in Il diritto privato nella giurisprudenza, a cura di P. Cendon, Torino, 2000, 293 ss. Anche un’indagine esegetica condotta sulle fonti romane conferma che l’oggetto della stipulatio poenae non consisteva sempre in una somma di denaro (sul punto, cfr. amplius P. Frezza, La clausola penale, in Studi in memoria di Lorenzo Mossa, II, Padova, 1961, 272-273).

[13] Che il giudice abbia il potere-dovere di ridurre anche d’ufficio l’importo della penale ex art. 1384 cod. civ. è ormai ius receptum (nonostante le severe e puntuali critiche mosse dalla dottrina: fra le più appassionate, cfr. R. Calvo, Il controllo della penale eccessiva tra autonomia privata e paternalismo giudiziale, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2002, 297 ss., spec. 325 ss.; G.B. Ferri, Autonomia privata e poteri del giudice, in Dir. e giur., 2004, 1 ss., spec. 4 ss.), rappresentando l’esito di un recente intervento nomofilattico della Suprema Corte (Cass. S.U. 13 settembre 2005, n. 18128, allo stato salvo errore inedita, ma reperibile in http://www.altalex.com/index.php?idnot=3245). La declaratoria d’ufficio di inefficacia per abusività della clausola penale di importo manifestamente eccessivo contenuta in un contratto B2C si basa, invece, su una regola espressamente codificata (art. 1469-quinquies, 3° comma, cod. civ. – ora trasfuso nell’art. 36, 3° comma, D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 –).

[14] Su cui v., sia per riferimenti sia per osservazioni critiche, F. Corsini, Rilevabilità di ufficio della nullità contrattuale, principio della domanda e poteri del giudice, in Riv. dir. civ., 2004, II, 675 ss.; S. Monticelli, Fondamento e funzione della rilevabilità d’ufficio della nullità negoziale, ivi, 1990, I, 669 ss. Ma tali limiti sembrano essere stati recentemente ridimensionati dalla stessa giurisprudenza (significativo, al riguardo, appare l’overruling di Cass. 22 marzo 2005, n. 6170, allo stato salvo errore inedita, e comunque consultabile in http://judicium.it/news/ins_12_09_05/Cass.%202.3.2005.html).

[15] L’inciso normativo evoca quel fenomeno che la dottrina tedesca chiama «personalen Relativierung» della nullità o della inefficacia (R.M. Beckmann, Nichtigkeit und Personenschutz. Parteibezogene Einschränkung der Nichtigkeit von Rechtsgeschäften, Mohr Siebeck, Tübingen, 1998, passim, spec. 349 ss.) e la nostra chiama «nullità efficienti» (V. Scalisi, Contratto e regolamento nel piano d’azione delle nullità di protezione, in Id., Categorie e istituti del diritto civile nella transizione al postmoderno, Milano, 2005, 700-701). Per un tentativo di attribuire un autonomo significato all’inciso quale limite alla (applicabilità della) regola della rilevabilità d’ufficio, cfr. G. Passagnoli, Art. 1469-quinquies, comma 1, 3 e 5, in AA.VV., Materiali e commenti sul nuovo diritto dei contratti, a cura di G. Vettori, Padova, 1999, 184; A. Gentili, L’inefficacia delle clausole abusive, in Riv. dir. civ., 1997, I, 432-433; in giurisprudenza, cfr. Pret. Bologna, 4 gennaio 1999, in Questione giustizia, 1999, 992 ss., sia pure con riferimento alle nullità previste in materia di contratti bancari.

[16] Cfr. per tutti F. Mantovani, Diritto penale. Parte generale, 4ª ed., Padova, 2001, 487. La giurisprudenza (penale) ha soltanto da poco tempo riconosciuto piena dignità giuridica al criterio della c.d. specialità reciproca (cfr. Cass. pen., sez. V, 5 febbraio 2001, in Cass. pen., 2002, 1419; Cass. pen., S.U., 28 marzo 2001, in Foro it., 2001, II, 588).

[17] G. Lener, La nuova disciplina delle clausole vessatorie nei contratti dei consumatori, cit., 170. Ma vedremo fra poco quale espressione di teoria generale risulti qui appropriata.

[18] Che si ha «quando gli effetti giuridici che le due norme collegano alla stessa fattispecie sono incompatibili»: G. Tarello, L’interpretazione della legge, in Tratt. dir. civ. e comm., diretto da A. Cicu e F. Messineo, continuato da L. Mengoni, I, 2, Milano, 1980, 143.

[19] G. Gorla, Il contratto. Corso di diritto privato svolto secondo il metodo comparativo e casistico, I, Milano, 1955, 257; A. Marini, voce Clausola penale, in Enc. giur. Treccani, VI, Roma, 1988, 6; A. Zoppini, La pena contrattuale, Milano, 1991, 273; G. Bonilini, Regole applicative in tema di clausola penale, in questa Rivista, 1996, 550; in giurisprudenza, App. Napoli, 30 aprile 1946, in Dir. e giur., 1947, 42; Cass. 5 agosto 1989, n. 3600, in Rep. Foro it., 1989, voce “Contratto in genere”, n. 294.

[20] A. Ross, Diritto e giustizia, a cura di G. Gavazzi, Einaudi, Torino, 1990, 122. La definisce, invece, antinomia del tipo “eventuale” R. Guastini, Teoria e dogmatica delle fonti, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da A. Cicu e F. Messineo, continuato da L. Mengoni, I, 1, Milano, 1998, 218.

[21] Già alcuni decenni or sono G. Gavazzi, Delle antinomie, Torino, 1959, 107 aveva denunciato con rammarico l’assenza di un criterio di risoluzione della antinomia del tipo parziale-parziale: «Come risolvere il conflitto, se proprio il presupposto impedisce l’applicazione del criterio di specialità (ed è d’altra parte escluso quello della priorità cronologica, non meno di quello della superiorità gerarchica della fonte)?».

[22] Favorevoli all’adozione di tale criterio si dichiarano, ad es., P. Chiassoni, La giurisprudenza civile. Metodi d’interpretazione e tecniche argomentative, Milano, 1999, 287; R. Guastini, Teoria e dogmatica delle fonti, cit., 230.

[23] In questo senso, cfr. G. Lener, La nuova disciplina delle clausole vessatorie nei contratti dei consumatori, cit., 170: «nel sistema della novella (…), il professionista potrà provare sia che la clausola penale è stata negoziata sia che, avuto riguardo all’assetto di interessi complessivi, essa non può dirsi squilibrata, con l’effetto, nell’un caso come nell’altro, della ‘sopravvivenza’ di essa». Contra, invece, L. Niglia, Le clausole penali abusive, in Diritto privato, 1996, 285-286, il quale ritiene che ogni clausola penale manifestamente eccessiva apposta ad un contratto di massa debba considerarsi eo ipso abusiva; ma è agevole obiettare a tale Autore che il legislatore (quantomeno: il nostro) ha inserito la clausola penale nella c.d. grey list di cui all’art. 1469-bis, 3° comma, cod. civ. (ora art. 33, 2° comma, lett. f D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206), e non nella c.d. black list di cui all’art. 1469-quinquies, 2° comma, cod. civ. (ora art. 36, 2° comma D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206).

[24] Trib. Genova, 27 aprile 2004, in Nuova giur. civ. comm., 2005, I, 305 ss.; Trib. Milano, sez. dist. Legnano, 29 marzo 2002, in Foro it., 2002, I, 2826 ss.; Giud. pace Sulmona, 24 giugno 1999, in Giur. it., 2000, 2086 ss.; Pret. Bologna, 20 gennaio 1998, in Danno e resp., 1998, 270 ss., con nota di A. Palmieri e R. Pardolesi.

[25] La quale, ancor prima dell’entrata in vigore della normativa in materia di clausole abusive, aveva sottolineato che l’applicabilità dell’art. 1384 cod. civ. è subordinata alla validità della clausola penale: G. Gorla, Il contratto, cit., 261; S. Mazzarese, Le obbligazioni penali, Padova, 1990, 183 ss.; A. Zoppini, La pena contrattuale, cit., 245 e 247.

[26] In questo senso, cfr. ad es. M. Atelli, Chi troppo vuole ottiene (appena) il dovuto più faticosamente: per un’ipotesi di coordinamento degli art. 1384 e 1469 bis co. 3 n. 6 c.c., in Danno e resp., 1998, 208; G. Lener e R. Bocchini, Gli elenchi di clausole vessatorie, in AA.VV., I contratti dei consumatori, a cura di E. Gabrielli ed E. Minervini, nel Tratt. contratti, dir. da P. Rescigno ed E. Gabrielli, Torino, 2005, 234.

[27] Perché diretta «a ristabilire l’equilibrio contrattuale, non a tutelare il debitore» (così, per tutti, G. De Nova, voce Clausola penale, in Dig. disc. priv., Sez. civ., II, Torino, 1988, 381); in giurisprudenza, ex multis cfr. ad es. Cass. 29 marzo 1996, n. 2909, in Foro it., 1996, I, 1621 ss., in motivazione; Pret. Trento, 19 luglio 1991, in Nuova giur. civ. comm., 1993, I, 556 ss., in motivazione. Contra (nel senso che l’art. 1384 cod. civ. tutelerebbe l’esclusivo interesse del debitore), A. Magazzù, voce Clausola penale, in Enc. dir., VII, Milano, 1960, 195; Cass. 27 ottobre 2001, n. 14172, in Giust. civ., 2001, I, 104 ss., in motivazione.

[28] Ci pare che questa si avvicini alla ipotesi ricostruttiva proposta da A. Zoppini, La pena contrattuale, cit., 258, secondo il quale la riduzione giudiziale della clausola penale funge da «limite alla pretesa del creditore», ponendosi «un problema di (in)esigibilità della prestazione e più specificamente di misura della esigibilità della penale». Ambigua, invece, Cass. 24 aprile 1980, n. 2479, in Giur. it., 1982, I, 1, 1784 ss. Contra, G.M. Pellegrini, Clausola penale, autonomia privata e poteri di controllo del giudice, in Giur. it., 1997, I, 1, 807-808, il quale ritiene la clausola penale eccessiva nulla per difetto di causa ovvero per contrarietà all’ordine pubblico; T. Febbrajo, La riducibilità d’ufficio della penale manifestamente eccessiva, in Rass. dir. civ., 2001, 613-614, il quale la ritiene nulla per contrarietà ad una norma imperativa (l’art. 1384 cod. civ.), salvo poi (essere costretto a) sussumere la riducibilità della penale sotto il fenomeno della sostituzione coattiva di clausole ex art. 1339 cod. civ. (la cui applicabilità presuppone però, come noto, l’esistenza di una legge o comunque di una norma giuridica sostitutiva, che peraltro si inserisce nel contratto ipso iure!).

[29] G. Criscuoli, La discrezionalità regolamentare del giudice civile, Padova, 2000, 55 e 58; M. Tatarano, L’adeguamento della penale tra clausola e rapporto, Esi, Napoli, 2002, 58.

[30] In questo senso, cfr. C. Medici, Clausola penale, manifesta eccessività e riduzione giudiziale, in Riv. crit. dir. priv., 2003, 335; M. Atelli, Chi troppo vuole ottiene (appena) il dovuto più faticosamente: per un’ipotesi di coordinamento degli art. 1384 e 1469 bis co. 3 n. 6 c.c., cit., 209, nota 31.

[31] Cfr. ad es. E. Moscati, Riduzione della penale e controllo sugli atti di autonomia privata, in Giur. it., 1982, I, 1, 1786, secondo cui si tratterebbe di «una manifestazione del normale controllo che l’ordinamento statuale si è riservato su tutti gli atti di autonomia privata» (opinione che l’Autore ribadisce anche con riferimento alle analoghe ipotesi previste dagli artt. 1526, 2° comma, cod. civ. e 1934, 2° comma, cod. civ.: Id., Il giuoco e la scommessa, in Tratt. dir. priv., diretto da P. Rescigno, 13, V, Torino, 1985, 158-159).

[32] Perché «controllo» è nozione tecnico-giuridica elaborata sul terreno del diritto amministrativo: cfr. M.S. Giannini, Controllo: nozioni e problemi, in Riv. trim. dir. pubbl., 1974, 1264 ss.

[33] Così, C.M. Mazzoni, Ludwig Raiser, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1980, 1500.

[34] L. Raiser, Die richterliche Kontrolle von Allgemeinen Geschäftsbedingungen, in AA.VV., Richterliche Kontrolle von Allgemeinen Geschäftsbedingungen, Frankfurt am Main-Berlin, 1968, 127-128.

[35] E. Roppo, Il controllo degli atti di autonomia privata, in Riv. crit. dir. priv., 1985, 485 ss.

[36] Tale esigenza è stata infatti invocata anche in hac sede materiae: C. Caricato, Art. 1469-bis, 3° comma, n. 6, in AA.VV., Clausole vessatorie nei contratti del consumatore, cit., 375; C. La Torre, Interferenze tra disciplina ordinaria e tutela del consumatore ex l. n. 52 del 1996 in tema di clausola penale e clausola vessatoria, in Giur. merito, 1998, 962.

[37] Ai fini della soluzione della questione qui affrontata, la qualificazione in termini di nullità ovvero di inefficacia in senso stretto è indifferente (come anche sottolineato dalla decisione in epigrafe). In ogni caso, per la categoria della nullità ha optato oggi anche il legislatore (cfr. art. 36 D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206). Nel senso della nullità era comunque prima – oltre che la giurisprudenza di legittimità (Cass. 4 aprile 2001, n. 4946, in Giust. civ., 2001, I, 1785 ss.) – la dottrina prevalente e più autorevole (cfr. ad es. G. Cian, Il nuovo Capo XIV-bis, cit., 417; V. Roppo, Contratto di diritto comune, contratto del consumatore, contratto con asimmetria di potere contrattuale: genesi e sviluppo di un nuovo paradigma, in Riv. dir. priv., 2001, 773 e 784; F.D. Busnelli, Note in tema di buona fede ed equità, in Riv. dir. civ., 2001, I, 551), sia pure riconoscendo gli aspetti di “specialità” di una disciplina, dettata con la finalità di eliminare o attenuare le asimmetrie informative e quindi volta a graduare quella rigidità che connota la nullità tradizionalmente intesa come sanzione (come osservato in ambiente francese, «[l]a nullité absolue, d’ordre public, rétroactive, insusceptible de confirmation, est (…) souvent d’une mise en œuvre décevante. D’autres voies juridiques, moins radicales en principe, sont peut être plus efficaces en pratique»: C.L. de Leyssac e G. Parleani, L’atteinte à la concurrence, cause de nullité du contrat, in Etudes offertes à Jacques Ghestin. Le contrat au début du XXI siècle, Paris, 2001, 615).

[38] G. De Nova, La novella sulle clausole vessatorie e la revisione dei contratti standard, in Riv. dir. priv., 1996, 240.

[39] G. De Nova, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, II, 3ª ed., in Tratt. dir. civ., diretto da R. Sacco, Torino, 2004, 164; in giurisprudenza, cfr. Cass. 6 novembre 1998, 11204, in Rep. Foro it., 1998, voce “Contratto in genere”, n. 419; Cass. 13 luglio 1996, n. 6356, in questa Rivista, 1996, 546 ss.

[40] Sulla (ampia) nozione di metanorma, cfr. T. Mazzarese, Metanorme. Rilievi su un concetto scomodo nella teoria del diritto, in P. Comanducci-R. Guastini, Struttura e dinamica dei sistemi giuridici, Giappichelli, Torino, 1996, 125 ss.; C. Luzzati, La vaghezza delle norme. Un’analisi del linguaggio giuridico, Milano, 1990, 279 ss.

[41] Ex multis, cfr. Cass. 18 maggio 1994, in Rep. Foro it., 1995, voce “Legge penale”, n. 15; Cass. 25 novembre 1983, in Riv. pen., 1984, 1081.

[42] Cfr. ad es. Cass. 13 maggio 1995, n. 5244, in Rep. Foro it., 1995, voce “Lavoro (contratto di)”, n. 35; Cass. 4 aprile 1986, n. 2349, ivi, 1986, voce “Lavoro (rapporto di)”, n. 462; Pret. Milano, 28 gennaio 1997, in Orient. giur. lav., 1997, I, 367 ss.

[43] Cfr. Trib. Firenze, 7 luglio 2003, in Foro tosc., 2004, 52 ss.; Cass. 29 luglio 2002, n. 11189, in Impresa, 2002, 1913; Trib. Treviso, 12 ottobre 1999, in Rass. giur. lav. Veneto, 2000, 136 ss.

Autore: Prof. avv. Arturo Maniàci

Professore aggregato di Istituzioni di Diritto privato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È Autore di numerosi articoli, saggi e contributi scientifici, soprattutto in materia contrattuale e successoria. È membro del comitato di redazione delle seguenti Riviste giuridiche: Rivista di diritto privato, Casa ed. Cacucci; Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, Casa ed. Il Mulino; Il Foro padano, Casa ed. Fabrizio Serra. Ha tenuto lezioni di Diritto privato e di Diritto civile nelle seguenti Università: Università degli Studi di Milano; Università degli Studi di Roma Tre; Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha svolto Relazioni a Convegni in materia giuridica, organizzati da Università, Istituzioni, Ordini professionali e società private. Ha tenuto corsi di Public Speaking, organizzati da Mediamo S.r.l.

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