Atto notarile e clausole vessatorie

Inserito da in dicembre 9, 2015

Arturo Maniaci, Atto notarile e clausole vessatorie, in Contratti, 2005, pp. 351-358, ISSN 1123-5047

(Art. 1341 c.c.)

Qualora il contratto sia stato redatto in forma pubblica, le clausole nello stesso contenute o richiamate non sono qualificabili come predisposte solo da una delle due parti, per cui, ancorché vessatorie, non hanno bisogno di specifica approvazione per iscritto.

Atto notarile e clausole vessatorie

Il commento

L’Autore esamina il consolidato indirizzo della Suprema Corte (espresso anche dalla ordinanza in epigrafe) secondo cui i contratti stipulati nella forma dell’atto pubblico sarebbero esclusi dall’ambito di applicazione degli artt. 1341-1342 cod. civ., assumendo una posizione critica rispetto a tale orientamento.

La questione

Come è noto, gli artt. 1341, 2° comma e 1342, 2° comma, cod. civ. impongono l’onere della specifica approvazione per iscritto in relazione a determinate clausole, contenute rispettivamente in condizioni generali di contratto e in contratti conclusi mediante la sottoscrizione di moduli o formulari, ormai comunemente denominate clausole onerose o vessatorie.

Il quesito affrontato (e deciso in senso negativo) dalla Suprema Corte nella ordinanza in epigrafe è, in particolare, se il requisito della specifica approvazione scritta, previsto dall’art. 1341, 2° comma, cod. civ., debba essere soddisfatto anche nelle ipotesi in cui il contenuto della lex contractus venga tradotto nella forma dell’atto pubblico.

Premessa: i rapporti fra la figura del notaio ed il fenomeno della contrattazione standardizzata

In uno dei Racconti del grottesco e dell’arabesco del 1840, Edgar Allan Poe descriveva efficacemente la «deliziosa emozione di novità» suscitata dal «tumultuante mare di teste umane» che si aggiravano in una delle principali arterie di Londra sul finire di una giornata d’autunno: dinanzi allo spettacolo di quella moltitudine infinita di persone, la prima osservazione è – sono le parole che lo scrittore mette in bocca al personaggio del racconto – «di natura astratta e generalizzatrice. Consideravo i passanti in quanto masse, correndo col pensiero solo ai loro rapporti collettivi. Ma a poco a poco venni ai particolari e con minuzioso interesse mi applicai ad esaminare la varietà dei tipi coi loro abiti, e negli aspetti, nell’andatura, nelle facce, nell’espressione delle fisionomie», varietà che rifletteva la eterogeneità delle diverse classi sociali e categorie di persone di cui era composta la folla[1]. La stessa (apparente) sensazione di «singolare ebbrezza» di fronte ad «un bagno di moltitudine» prova il misterioso, solitario e vagabondo protagonista dello Spleen di Parigi, così come foggiato dal primo dei “poeti maledetti”[2].

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Da tempo circola dunque nella letteratura (non giuridica) la grande metafora della massa moderna, anonima: il fenomeno delle condizioni generali di contratto e dei contratti conclusi mediante moduli o formulari rispecchia appunto l’oggettivazione (o spersonalizzazione) dello scambio quale portato dalla produzione industriale in serie, in cui il paradigma normativo è costruito sull’ipotesi del cliente medio[3], il quale vede conseguentemente limitata quella componente dell’autonomia privata rappresentata dalla libertà di determinazione del contenuto del contratto[4].

Il Codice civile italiano del 1942, che vanta peraltro il merito di essere stato il primo, fra i codici civili europei, ad offrire una disciplina in materia di condizioni generali di contratto[5], detta un gruppo di disposizioni (artt. 1341, 1342, 1370; ma v. anche arrt. 1679 e 2211), che presuppongono necessariamente – oltre alla rigidità e uniformità della regola contrattuale – modalità di conclusione del contratto caratterizzate da celerità e speditezza.

Il legislatore del Codice civile del 1942, consapevole delle precise ragioni economico-giuridiche sottese alla contrattazione standard[6], ha quindi avuto cura di contemplare un particolare procedimento di formazione del contratto (quello che emerge dal modello tratteggiato a livello normativo dagli artt. 1341 e 1342 cod. civ.), che si contrappone a quello caratterizzante la contrattazione a base individuale[7].

In tale ottica, pare difficile ipotizzare un incontro, e dunque una relazione, fra i contratti per adesione da un lato e la figura del notaio dall’altro[8], essendo l’intervento di quest’ultimo destinato ad essere richiesto e svolto in tutti quei settori di attività per natura insofferenti alla celerità e al dinamismo propri di quelle che autorevole dottrina ha chiamato «quick-hand transactions» (affari di massa a conclusione rapida)[9].

D’altronde, non è un caso che, prima di leggere una sentenza o una voce dottrinale che affrontasse palam la questione dell’applicabilità della disciplina degli artt. 1341 e 1342 cod. civ. ai contratti redatti nella forma dell’atto pubblico, è stato necessario attendere gli anni ’60[10].

Insomma, soltanto da qualche decennio, la prassi della contrattazione standardizzata, tradizionalmente estranea alla funzione notarile, ha cominciato ad interessare (anche) l’attività dei notai, ai quali viene sempre più frequentemente richiesto di recepire nello schema dell’atto da essi rogato un contenuto in tutto o in parte predisposto da uno dei contraenti: gli esempi sono rappresentati dai contratti di finanziamento stipulati con gli Istituti bancari (come quello stipulato dalle parti del giudizio conclusosi con la pronunzia in epigrafe), dai contratti che trasferiscono la proprietà o diritti reali di godimento a tempo determinato su beni immobili, da determinate convenzioni fra privati e pubblica amministrazione[11].

L’orientamento della giurisprudenza circa l’applicabilità degli artt. 1341-1342 cod. civ. all’atto pubblico

Secondo i giudici di legittimità, la redazione del testo contrattuale nella forma dell’atto pubblico è tale da escludere in radice la predisposizione delle clausole ivi contenute ad opera di una delle parti e, di conseguenza, esclude la necessità di una loro specifica approvazione per iscritto, ancorché aventi contenuto vessatorio.

Tale orientamento riflette senza dubbio un indirizzo interpretativo consolidato in giurisprudenza[12].

Per ricostruire la motivazione addotta dalla giurisprudenza a sostegno della (affermazione della) incompatibilità fra atto pubblico e (disciplina delle) clausole vessatorie, è peraltro necessario risalire ai primi dicta, in cui si sottolineava che «il testo dell’accordo, negli atti pubblici, viene letto ed approvato in tutte le sue parti, e ciò esclude, ovviamente, la mancanza di quella preventiva discussione ed approvazione ch’è condizione essenziale per l’applicabilità dell’art. 1341 codice civile»[13].

Tale argomentazione è stata poi ulteriormente sviluppata e arricchita dalla giurisprudenza[14], la quale, con specifico riguardo all’atto pubblico redatto da notaio, ha invocato la c.d. legge notarile (l. 16 febbraio 1913, n. 89), ove è previsto: che il notaio ha il dovere di indagare la volontà delle parti e dirigere personalmente la compilazione integrale dell’atto (art. 47, terzo comma); che di quest’ultimo il notaio ha il dovere di dare lettura alle parti e che di tale lettura sia fatta menzione nell’atto medesimo (art. 51, n. 8); che il notaio ha il dovere di chiedere alle parti se il contenuto dell’atto di cui è stata data lettura corrisponda alla loro volontà (art. 67, 1° comma, r.d. 10 settembre 1914, n. 1326 – Regolamento di esecuzione della c.d. legge notarile).

In definitiva, l’atto pubblico (ed in particolare, l’atto pubblico notarile) difetterebbe in quanto tale della caratteristica della predisposizione unilaterale, e così di uno dei presupposti indeclinabili di applicabilità degli artt. 1341 e 1342 cod. civ.[15].

Si deve tuttavia soggiungere – quantomeno per completezza – che la giurisprudenza non ha sempre ritenuto sussistere una relazione di reciproca esclusione fra l’atto pubblico e la disciplina delle condizioni generali di contratto: al di là dei consapevoli ed isolati tentativi compiuti dalla giurisprudenza di merito[16], anche la Suprema Corte, in una nota decisione con cui ha sancito la definitiva caduta di uno dei privilegi (o immunità) di cui godeva la pubblica amministrazione, rappresentato appunto dalla inapplicabilità dell’art. 1341 cod. civ. ai contratti stipulati con privati sulla base di condizioni generali dalla stessa predisposte, ha avuto occasione di osservare, sia pure incidentalmente, che nei contratti stipulati nella forma dell’atto pubblico a seguito di licitazione privata l’argomento basato sulla lettura ed approvazione dell’atto in tutte le sue parti «prova troppo perché escluderebbe la possibilità di applicare la norma in esame [l’art. 1341 cod. civ., n.d.r.] in tutti i casi in cui – anche tra privati – il contratto è stipulato per atto pubblico, ed in secondo luogo deve essere sottolineato che la lettura del testo contrattuale, cui il funzionario o il notaio procede, non riguarda la fase attinente alla determinazione del contenuto del contratto, ma una fase successiva nella quale si vuole garantire la esatta corrispondenza fra quanto è letto alle parti ed il contenuto del regolamento di interessi»[17].

Alcune osservazioni critiche

La risposta data dalla prevalente giurisprudenza al problema circa l’applicabilità degli artt. 1341 e 1342 all’atto pubblico non ci sembra condivisibile, per una pluralità di considerazioni.

Anzitutto, è dato riscontrare un vizio logico-argomentativo che inficia il rapporto fra premesse e conclusione, in quanto, sulla base delle medesime ragioni addotte da quella giurisprudenza, sarebbe stato corretto e coerente addivenire ad una soluzione interpretativa diversa, e precisamente più restrittiva e al contempo più estensiva.

Ci spieghiamo.

Viene in via interpretativa postulato un limite all’ambito di applicazione degli artt. 1341 e 1342 cod. civ., consistente nella stipulazione in forma solenne (precisamente: per atto pubblico) del contratto in cui siano inserite clausole astrattamente rientranti in quelle contemplate dall’elenco contenuto nel capoverso dell’art. 1341 cod. civ.

Ma l’atto pubblico può essere redatto da un notaio[18], così come da altro pubblico ufficiale (arg. ex art. 2700 cod. civ.). E soltanto nel primo caso trovano piana e necessaria applicazione le disposizioni, previste dalla c.d. legge notarile e da altre fonti, che contraddistinguono il ministero esercitato dal notaio in sede di formazione del regolamento negoziale[19], laddove l’attività degli altri pubblici ufficiali autorizzati dalla legge a redigere contratti non è circondata dalle medesime garanzie e sanzioni[20]: anche i consoli, i quali sono espressamente abilitati ad esercitare «le funzioni di notaio», sono infatti tenuti a conformare la loro attività soltanto alla «legislazione nazionale» (art. 19 D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 200 – c.d. legge consolare), ove tale sintagma segna tuttavia una linea demarcativa proprio nel senso di escludere la c.d. legge notarile[21], tant’è che la dottrina propone de iure condendo di rivedere la disciplina dei profili notarili dell’attività dei consoli, «dai quali non si possono pretendere le competenze specifiche (e le connesse responsabilità…) di una categoria professionale diversa»[22].

Ex converso, dal punto di vista della funzione dell’intervento del notaio, l’attività connessa alla autenticazione di scritture private è ormai equiparata a quella di formazione dell’atto pubblico[23], come è confermato anche dai Principi di deontologia professionale dei notai (cfr. in particolare gli artt. 46 e 47)[24].

In definitiva, la premessa contraddice la conclusione: il criterio adottato dai giudici di legittimità avrebbe dovuto comportare una lettura restrittiva dell’esclusione dall’ambito di applicazione della disciplina dei contratti per adesione all’atto pubblico notarile, e al contempo una estensiva alle scritture private autenticate da notaio, con il conseguente assoggettamento dei contratti rogati da pubblici ufficiali diversi dai notai al controllo formale previsto dall’art. 1341, 2° comma, cod. civ.

Ma anche l’accoglimento della tesi dell’inapplicabilità dell’art. 1341, 2° comma, cod. civ. all’atto notarile presenta gravi ostacoli.

Sul piano esegetico, il tenore letterale degli artt. 1341 e 1342 cod. civ. non consente all’interprete di distinguere a seconda delle modalità o forme della stipulazione del contratto[25].

Nel silenzio normativo, dunque, la giurisprudenza, al fine di poter affermare che l’onere formale c.d. della doppia sottoscrizione, previsto dall’art. 1341, 2° comma, cod. civ. in relazione a determinate clausole, non debba essere assolto quando queste ultime siano contenute in un atto pubblico notarile, richiama la c.d. legge notarile, ove si prevede che la redazione di tale atto sia accompagnata da determinati rituali e formalità, il cui compimento ad opera del notaio sarebbe incompatibile con la predisposizione del contenuto da parte di uno dei contraenti.

Si tratta però, come si vede, di un ragionamento basato su una premessa fattuale erronea, perché la circostanza della lettura, approvazione e illustrazione delle clausole contenute nell’atto rogato da notaio nell’esercizio del suo ministero – cui la giurisprudenza maggioritaria sembra dare tanta importanza – non fa cadere il presupposto (e non elide le conseguenze) della predisposizione unilaterale del contratto; anche la indispensabile e talvolta complessa attività di consulenza che il notaio è certamente tenuto a svolgere in favore delle parti – alle quali è legato da un contratto d’opera intellettuale – al fine di realizzare tecnicamente un risultato giuridico pienamente conforme alle loro aspettative[26], non deve far perdere di vista un dato fondamentale: che il notaio «è realmente solo lo strumento della loro volontà»[27], sicché di fronte ad uno schema negoziale precostituito egli dovrà limitarsi a «prendere atto di una volontà preesistente e rigidamente preformulata da parte del predisponente e, nel contempo, della volontà dell’altro contraente di aderire al programma impostogli»[28].

Né quella conclusione potrebbe reggersi su una premessa normativa, consistente nella deroga dell’art. 1341, 2° comma, cod. civ. da parte degli artt. 47, terzo comma e 51, n. 8) della c.d. legge notarile e dell’art. 67, 1° comma, del relativo regolamento di esecuzione, perché il legislatore ha risolto una volta per tutte il possibile conflitto fra legge notarile e normativa codicistica, prevedendo che le disposizioni, contenute nel Capo I del Libro III della c.d. legge notarile, dedicato alla «forma degli atti notarili» (fra cui gli artt. 47 e 51) «si applicano anche ai testamenti ed agli altri atti, in quanto non siano contrarie a quelle contenute nel Codice civile, nel Codice di procedura civile o in qualunque altra legge del Regno, ma le completino» (art. 60 l. 89/1913).

Del resto, neppure l’osservanza dell’onere della specifica approvazione scritta previsto dall’art. 1341, 2° comma, cod. civ., di cui la stipulazione per atto notarile dovrebbe rappresentare – negli intendimenti della giurisprudenza – un surrogato, è idonea a far propendere che sia carente il carattere unilaterale della predisposizione del regolamento contrattuale, che invece rimane tel quel, rappresentando la c.d. doppia sottoscrizione una mera prescrizione formale aggiuntiva, richiesta ex lege a tutela dell’aderente.

L’intervento del notaio farebbe venir meno l’onere della specifica approvazione scritta delle clausole vessatorie soltanto a condizione che si riuscisse ad assimilare l’atto notarile al contratto le cui clausole abbiano formato oggetto di negoziazione fra le parti[29]. Ma anche tale via si presenterebbe alquanto impervia, perché l’assistenza del notaio di per sé non aggiunge alcunché al «grado di partecipazione dei contraenti alla elaborazione del regolamento contrattuale»[30], sicché, non potendosi rinvenire in questo caso un sicuro indice di discussione e di negoziazione bilaterale del contenuto del contratto, non vi è ragione di sottrarre le clausole inserite in un atto notarile alla disciplina dei contratti per adesione. Che poi il notaio, nell’esercizio della attività di certificazione, possa attestare – con il crisma della fede pubblica – essere avvenuta in sua presenza una trattativa che ha investito le singole clausole del regolamento divisato dai contraenti, è ovviamente altro discorso: che attiene alla prova di una circostanza la cui sussistenza esclude l’applicabilità della disciplina dei contratti per adesione.

Del resto, benché l’uso della comparazione giuridica da parte della nostra giurisprudenza sia inesistente o comunque scarso[31], è comunque opportuno ricordare che in questo senso è orientata la prevalente giurisprudenza tedesca, la quale ritiene che la Gesetz zur Regelung des Rechts der Allgemeinen Geschäftsbedingungen (AGB-Gesetz) del 9 dicembre 1976, entrata in vigore il 1° aprile 1977, modificata in più occasioni e ora trasfusa nel BGB (§ 305 ss.) per quanto concerne le disposizioni sostanziali, sia applicabile anche agli atti notarili contenenti condizioni generali di contratto o conclusi mediante l’utilizzazione di moduli o formulari, sempreché sussista il presupposto della imposizione (Stellung)[32].

Infine, le difficoltà tecniche connesse al problema della individuazione delle modalità con cui dovrebbe avvenire la specifica sottoscrizione per iscritto delle clausole vessatorie contenute nell’atto notarile (alla cui chiusura devono sempre seguire le sottoscrizioni delle parti, salve le prescrizioni concernenti le postille e la dichiarazione del contraente muto e sordomuto, dettate rispettivamente dall’art. 53, 2° comma, n. 3 e dall’art. 57 l. not.), si risolvono in un mero adducere inconveniens[33], perché le clausole vessatorie potrebbero ben essere materialmente riprodotte negli allegati ed ivi essere specificamente sottoscritte dall’aderente[34].

Esaurita la pars destruens del discorso, tesa a dimostrare come non si possa ipotizzare un’antinomia (per di più strutturale ed ontologica) fra atto pubblico e contratti per adesione, rimane ora da chiedersi se sussistano validi argomenti che militino a sostegno della tesi della inapplicabilità dell’art. 1341 cod. civ. alle clausole contenute nei contratti stipulati con l’assistenza di un notaio.

In una prospettiva diversa da quella coltivata dai nostri giudici, si potrebbe sostenere – come pur è stato proposto dalla dottrina, anche sulla base della giurisprudenza qui criticata[35] – che in presenza di un atto stipulato davanti al notaio non ricorre la ratio legis che giustifica l’applicazione dell’art. 1341, 2° comma, cod. civ., consistente nel suscitare attenzione e riflessione nell’aderente, per modo che questi venga messo in condizione di conoscere e valutare la portata di quelle clausole che siano per lui pericolose[36], posto che tale condizione potrebbe considerarsi soddisfatta dalle particolari formalità richieste per la stipulazione dell’atto notarile.

E non ci sembra inverosimile che questo argomento possa essere destinato ad essere recepito dalla giurisprudenza di legittimità, la quale sarebbe arroccata su posizioni di estrema chiusura verso forme diverse ed equipollenti alla specifica approvazione per iscritto[37], in quanto la giurisprudenza, con riferimento alle clausole contenute nei regolamenti ufficiali relativi a concorsi pronostici, ha statuito che la specifica approvazione per iscritto contemplata dall’art. 1341 cod. civ. «trova equipollente nella grande pubblicità e diffusione del regolamento stesso, predisposte al fine di richiamare l’attenzione dei partecipanti al gioco su tutte le condizioni ad esso inerenti»[38].

Ma la funzione del notaio si può apprezzare anche sotto il profilo della soddisfazione del requisito della conoscenza o conoscibilità delle condizioni generali di contratto, posto dall’art. 1341, 1° comma, cod. civ. a carico del predisponente, nel senso che le regole stabilite dalla c.d. legge notarile (ed in particolare quelle che impongono al notaio di dare lettura integrale del testo dell’atto) rendono superflua l’applicazione di tale disposizione codicistica[39].

Atto notarile e disciplina dei «contratti del consumatore»

Come si è visto, la giurisprudenza ha sinora ritenuto che la stipulazione per atto pubblico escluda la necessità del requisito della specifica sottoscrizione per iscritto previsto dall’art. 1341, 2° comma, cod. civ. in relazione alle clausole vessatorie contenute in condizioni generali di contratto.

La questione assume una nuova e diversa dimensione se esaminata alla luce della disciplina relativa alle clausole abusive contenute nei contratti fra professionisti e consumatori (artt. 1469-bis ss. cod. civ.)[40].

In questo senso: che se non è dato ravvisare una antinomia fra atto notarile e contratti per adesione, a fortiori va affermata la piena compatibilità fra atto notarile e disciplina delle clausole abusive[41].

Anzitutto, nei «contratti del consumatore» è espressamente contemplata, come generale esimente del giudizio individuale (e dunque della qualifica) di abusività della clausola, la negoziazione bilaterale: l’art. 1469-ter, 4° comma, cod. civ. dispone infatti che «non sono vessatorie le clausole o gli elementi di clausola che siano stati oggetto di trattativa individuale»[42], ed il § 3, 2° comma, della Direttiva 93/13 ha cura di chiarire che «si considera che una clausola non sia stata oggetto di negoziato individuale quando è stata redatta preventivamente in particolare nell’ambito di un contratto di adesione e il consumatore non ha di conseguenza potuto esercitare alcuna influenza sul suo contenuto». In questo quadro normativo, si spiega agevolmente perché la dottrina sia quasi unanime nel dire che le clausole contenute in un atto redatto da notaio non possano ritenersi frutto di una seria ed effettiva negoziazione[43], a meno che il notaio, lungi dal limitarsi ad illustrare alle parti il contenuto delle clausole del regolamento contrattuale, sia anche intervenuto per consentire alle parti di trattare e di modificare eventualmente le clausole in odore di abusività[44].

In secondo luogo, sono contemplate ipotesi in cui anche la dimostrazione dell’avvenuta trattativa non è idonea ad impedire un sindacato di abusività: è il caso delle clausole appartenenti all’elenco della c.d. black list di cui al 2° comma dell’art. 1469-quinquies cod. civ.

Infine, la trattativa individuale è elevata a limite di esperibilità del rimedio individuale volto a far valere l’inefficacia delle clausole abusive, ai sensi dell’art. 1469-quinquies, ma è circostanza irrilevante ai fini del giudizio collettivo instaurato mediante l’esercizio del rimedio inibitorio previsto dall’art. 1469-sexies cod. civ.[45].

La responsabilità del notaio ex art. 28 l. not.

Al di là delle conseguenze dell’intervento del notaio sulla vessatorietà e abusività delle clausole contenute negli atti dallo stesso rogati, alcuni hanno ipotizzato una responsabilità disciplinare e civile del notaio, ai sensi dell’art. 28 n. 1 l. not.[46].

Non ci sentiamo di condividere tale soluzione, sia che l’atto rogato contenga clausole vessatorie non specificamente sottoscritte, sia che contenga clausole abusive.

Le più recenti prese di posizione sulla portata del divieto previsto dall’art. 28 n. 1 l. not. sponsorizzano l’interpretazione secondo cui tale disposizione è applicabile ai soli atti affetti da nullità per illiceità[47], sicché tale argomento è – come dire? – tranciante al fine di escludere che l’ipotesi del contratto predisposto contenente clausole vessatorie non specificamente approvate ricada nel divieto de quo, considerato che, sebbene sia tuttora controversa la questione della individuazione della precisa conseguenza connessa alla mancata specifica approvazione per iscritto di cui all’art. 1341, 2° comma, cod. civ.[48], l’incipit di una delle recenti voci enciclopediche dedicate alle clausole vessatorie suona così: «è opinione indiscussa che l’inefficacia prevista dall’art. 1341, 2° co., non discenda da un giudizio di illiceità»[49].

La inapplicabilità dell’art. 28 l. not. agli atti notarili contenenti clausole abusive discende invece da considerazioni che operano su un piano diverso da quello relativo al problema della qualificazione giuridica della peculiare comminatoria di «inefficacia» prevista dall’art. 1469-quinquies cod. civ., che è comunque corretto ricordare essere stata da alcuni sussunta nella categoria della nullità per illiceità[50].

Qui, la sanzione è infatti concepita come l’esito di un complesso e delicato accertamento, che il nostro legislatore ha voluto demandare al giudice, il quale ha il compito di attuare un controllo di legalità che tenga necessariamente conto di una serie di elementi estrinseci all’atto (qualità soggettive delle parti, circostanze e modalità di comportamento delle parti precedenti e concomitanti alla conclusione del contratto, idoneità della clausola asseritamente abusiva a determinare un risultato indesiderabile in base a determinati parametri) e conseguentemente discrezionale, concreto e successivo[51].

Per quanto il notaio sia una figura alla quale si vorrebbe riconoscere – in considerazione della sua terzietà neutralità imparzialità – una funzione se non assimilabile a quella giurisdizionale[52] quantomeno decisamente orientata in chiave “antiprocessuale”[53], l’intervento del notaio può solo prevenire, non certo escludere, il sindacato giudiziale delle clausole di cui si assume l’abusività, sicché la responsabilità disciplinare e civile del notaio sarebbe un mezzo non pertinente ed eccedente rispetto alla finalità sottesa all’art. 28 n. 1 l. not.[54], consistente nell’evitare di aggravare il notaio di difficili compiti interpretativi.

Rilievi conclusivi

L’ordinanza in epigrafe della Suprema Corte si caratterizza per la sostanziale carenza di motivazione, supplita da un mero richiamo ai precedenti dicta.

Non si tratta tuttavia di un nuovo modello di decisione, cui sarebbe sottesa una nuova concezione del precedente giurisprudenziale[55], atteso che contro tale prassi erano stati già scagliati i strali della nostra dottrina più autorevole, la quale, parlando delle massime consolidate, così scriveva: «Consolidate da cosa? Dall’esperienza, si dovrebbe intendere. Meglio, però: dall’abitudine. Il giudice non ha più da scegliere, tra le massime, quella che gli par migliore ma quella abituale. Error communis facit ius. Lo standard s’impone anche nelle aule della giustizia. O la routine, secondo che piace»[56].

È comunque certamente un deprecabile modello di decisione, che ha il solo pregio di consentire alla Suprema Corte il massimo ossequio ai propri precedenti con il minimo sforzo argomentativo.

Ciò posto, della ordinanza in epigrafe merita di essere valorizzata la precisazione, compiuta dalla Suprema Corte, secondo cui all’orientamento consolidato ha ritenuto di «dover dare continuità non avendo i ricorrenti dedotto argomentazioni idonee a giustificare un mutamento della (…) giurisprudenza».

Questa affermazione risulta meno innocua di quanto possa apparire prima facie, perché schiude uno spiraglio ad un futuro mutamento di giurisprudenza, sia pure condizionato all’osservanza dell’onere di portare argomentazioni nuove, persuasive e soprattutto idonee a giustificare una perdita di autorità dei precedenti in hac sede materiae.

La nostra speranza è quindi di aver in queste pagine somministrato ulteriori argomenti a chi volesse cimentarsi in questo tentativo antinomofilattico.

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[1] E.A. Poe, The Man of the Crowd, trad. it. L’uomo della folla, in Id., Opere scelte, a cura di G. Manganelli, Mondadori, Milano, 1971, 396 ss.

[2] Il riferimento, scontato, è a Ch. Baudelaire, Les foules, trad. it. Le folle, in Id., Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, a cura di G. Montesano, Oscar Mondadori, Milano, 1992, 39 ss., sul quale non a caso Poe esercitò una particolare influenza.

[3] Tale aspetto è stato sottolineato in particolare dalla dottrina tedesca: cfr. ad es. L. Raiser, Das Recht der allgemeinen Geschäftsbedingungen, Gentner, Bad Homburg, 1935 (rist. 1961), 252 ss.; J. Schmidt-Salzer, Das Recht der Allgemeinen Geschäfts- und Versicherungsbedingungen, Berlin, 1967, 186 ss.

[4] È ormai nota la distinzione – originariamente elaborata da H.C. Nipperdey, Kontrahierungswang und diktierter Vertrag, Jena, 1920, 2 ss. – «fra la libertà di decidere se si vuole o non si vuole concludere un contratto (Abschlussfreiheit) e di determinare la inhaltliche Gestaltung» (P. Vitucci, I profili della conclusione del contratto, Milano, 1968, 13).

[5] Ma è vera tale affermazione, divenuta ormai tralatizia? Secondo quanto riferito da G. Patti-S. Patti, Responsabilità precontrattuale e contratti standard, in Il codice civile. Commentario, diretto da P. Schlesinger, Milano, 1993, 299-300, nota 1, il tratto di modernità pertiene in questo caso al Codice delle obbligazioni polacco del 1933, entrato in vigore il 1° luglio 1934.

[6] Nella Relazione del Ministro Guardasigilli al Codice civile, n. 612, si legge infatti: «La realtà economica odierna si fonda anche sopra una rapida conclusione degli affari, che è condizione di un acceleramento del fenomeno produttivo; a questa esigenza va sacrificato il bisogno di una libertà di trattativa, che importerebbe intralci spesso insuperabili».

[7] Contrapposizione oggi ancòra più accentuata a livello normativo (cfr. amplius A. Azzaro, I contratti non negoziati, Napoli, 2000, passim, ma spec. 217). Del resto, già da tempo ci si chiede: «can the unity of the law of contracts be maintained in the face of the increasing use of contracts of adhesion?» (F. Kessler, Contracts of adhesion–Some thoughts about freedom of contract, in 43 Colum. L. Rev., 636 [1943]).

[8] Cfr. S. Tondo, Una nota adesiva, in G. Alpa-M. Bessone, I contratti standard nel diritto interno e comunitario, Giappichelli, Torino, 1991, 119, il quale osserva che l’art. 1341 cod. civ. «risulta concepito, proprio nei termini in cui è stato formulato, in funzione d’una prassi negoziale aliena da qualsivoglia intervento notarile».

[9] G. Gorla, Condizioni generali di contratto e contratti conclusi mediante formulari nel diritto italiano, in Riv. dir. comm., 1963, I, 114, il quale osservava icasticamente che in questi casi «il cliente (…) è per definizione un uomo che ha fretta». Sotto tale profilo, i contratti per adesione possono essere assimilati ai contratti c.d. automatici o mediante automatico (volendo riprendere la felice espressione coniata all’inizio del secolo appena trascorso: A. Galizia, Industrialismo e nuove forme contrattuali, Napoli, 1900, 16; M. Ricca Barberis, Dell’offerta fatta al pubblico e del contratto stipulato con l’automate, in La legge, 1901, 365 ss.; A. Scialoja, L’offerta a persona indeterminata ed il contratto concluso mediante automatico, Città di Castello, 1902, 143 ss.).

[10] Le prime sentenze in materia sono: Cass. 10 dicembre 1959, n. 3516, in Rep. Foro it., 1959, voce “Obbligazioni e contratti”, n. 84; Cass. 24 aprile 1964, n. 1005, in Giur. it., 1965, I, 1, 71; Cass. 26 maggio 1967, n. 1144, ivi, 1967, I, 1, 1254 (la prima esprime però soltanto un obiter). Il primo contributo dottrinale dedicato al tema è: L. Miserocchi, È applicabile ai contratti stipulati per atto pubblico l’art. 1341 c.c.?, in Rolandino, 1966, 90 ss. Sin dall’inizio, i due formanti manifestano divergenza di posizioni.

[11] Cfr. E. Marmocchi, Atto pubblico e condizioni generali di contratto, in Banca, borsa e tit. cred., 1970, I, 384; E. Roppo, Contratti standard. Autonomia e controlli nella disciplina delle attività negoziali di impresa, Milano, 1975, 13-14. Ma un cenno alla prassi di rogazioni notarili di contratti elaborati non da notai e senza la loro presenza era già in G. Donà, Elementi di diritto notarile, 2ª ed., Subalpina, Milano, 1933, 163-164, il quale comunque li qualificava casi eccezionali.

[12] Cfr., ex multis, Cass. 21 gennaio 2000, n. 675, in Nuova giur. civ. comm., 2001, I, 383 ss.; Cass. 27 aprile 1998, n. 4269, in Rep. Foro it., 1998, voce “Contratto in genere”, n. 326; Cass. 23 aprile 1998, n. 4188, ibidem, voce cit., n. 325; Cass. 12 giugno 1997, n. 5292, in Rep. Giur. it., 1997, voce “Obbligazioni e contratti”, n. 403; Trib. Roma, 20 gennaio 1997, in Impresa, 1997, 918; Cass. S.U. 10 gennaio 1992, n. 193, in Vita not., 1992, 761 ss.; Trib. Mondovì, 13 luglio 1992, in Riv. it. leasing, 1993, 261; Cass. 6 dicembre 1974, n. 4031, in Rep. Foro it., 1974, voce “Contratto in genere”, n. 114.

[13] Cass. 26 maggio 1967, n. 1144, cit., in motivazione.

[14] Cfr. ad es. Cass. 21 gennaio 2000, n. 675, cit., in motivazione.

[15] Aderisce a tale orientamento, in uno scenario di generale esaltazione della funzione notarile, la dottrina minoritaria: C.M. Bianca, Diritto civile, III, Il contratto, Milano, 2000, 362; S. Scarlatelli, I rapporti tra contrattazione standardizzata e atto pubblico alla luce del «nuovo» diritto dei contratti, in Giust. civ., 1996, II, 416-417; S. Tondo, Evoluzione della disciplina giuridica dei contratti per adesione, in Riv. not., 1995, I, 7-8; G. Mariconda, Condizioni generali di contratto e atto pubblico, in AA.VV., Clausole abusive e direttiva comunitaria. Atti del Convegno di studi sul tema: Condizioni generali di contratto e direttiva C.E.E. n. 93/13 del 5 aprile 1993, raccolti a cura di E. Cesàro, Padova, 1994, 71 ss., spec. 78 ss.

[16] Trib. Milano, 21 giugno 1984, in Banca, borsa e tit. cred., 1986, II, 503 ss.

[17] Cass. 29 settembre 1984, n. 4832, in Foro it., 1984, I, 2442 ss., spec. 2448.

[18] Tradizionalmente, l’atto notarile è considerato il paradigma di atto pubblico: G. Crisci, voce Atto pubblico (dir. civ.), in Enc. dir., IV, Milano, 1959, 269; A. Morello-E. Ferrari-A. Sorgato, L’atto notarile, Milano, 1977, 226.

[19] Trattasi peraltro di uno dei compiti che rientrano nella c.d. funzione primaria: cfr. G. Girino, Le funzioni del notaio, in Riv. not., 1983, 1065 ss.

[20] Sul punto, cfr. ad es. A. Morello, Le limitazioni all’esclusività della funzione notarile in Italia, in Riv. not., 1974, I, 938, il quale sottolinea come l’ufficiale che roghi contratti in cui sia parte la pubblica amministrazione dalla quale egli dipende «ben difficilmente compie l’indagine di volontà prescritta dalla legge (art. 48 L.N. 16 febbraio 1913 n. 89)»; in senso conforme, cfr. L. Poet, La esclusività della funzione del ricevere atti negoziali nella tradizione e nella struttura del notariato, in Riv. not., 1965, I, 437 ss., spec. 451.

[21] Per una conferma in sede giurisprudenziale, cfr. Trib. Ivrea, 30 marzo 1983, in Vita not., 1983, 1545 ss.

[22] G. Laurini, Le funzioni notarili dei consoli, in Riv. not., 1995, I, 1374 ss.

[23] Si incontra un bel campionario di argomenti e di indici normativi in tal senso in G. Petrelli, Atto pubblico e scrittura privata autenticata: funzione notarile e responsabilità, in Riv. not., 1994, II, 1425-1426. Che «l’originaria dicotomia fra atto pubblico, interamente redatto dal notaio e del cui contenuto, come della cui forma egli è responsabile (…), e scrittura privata autenticata, non ha oggi più ragione di esistere» dà atto M.C. Andrini, Forma contrattuale, formalismo negoziale e documentazione informatica, in Contr. e impr., 2001, 182. Per la visione dell’atto pubblico e della scrittura privata autenticata come momenti di espressione di una unitaria funzione notarile, cfr. anche R. Barone, A) Atto pubblico, scrittura privata autenticata e funzione notarile; B) In particolare: l’autenticazione notarile, in Vita not., 1982, 1460.

[24] Il testo integrale, approvato dal Consiglio Nazionale del Notariato ed aggiornato con le ultime modifiche, si può leggere in Riv. dir. priv., 2004, 929 ss.

[25] Lo sottolinea G. Tatarano, Clausole vessatorie e atto notarile. Osservazioni sul ruolo del notaio nella contrattazione standardizzata, in Scritti in onore di Guido Capozzi, I, 2, Milano, 1992, 1197.

[26] È la c.d. funzione di adeguamento: su cui v. M. D’Orazi Flavoni, La responsabilità civile nell’esercizio del notariato, in Riv. not., 1958, 405 ss.; E. Betti, Interpretazione dell’atto notarile, ivi, 1960, 7; più di recente, S. Tondo, Dovere per il notaio di informazione e consulenza, in Foro it., 2002, V, 9; G. Cesàro, La funzione di consulenza e mediazione del notaio come strumento per la prevenzione delle controversie, in Scritti in memoria di Raffaele Cicala, I, Napoli, 2003, 376 ss.

[27] Garnier-Deschêne, Traité élémentaire de notariat, Paris, 1808, I, cap. X, n. 155. Cfr. anche U. Morello, La sicurezza giuridica delle contrattazioni come mezzo di tutela del consumatore, in Riv. not., 1995, 1192: «il notaio non può certo imporre negoziati o “fare” il contratto per le parti, essendo suo principale dovere raccogliere la volontà dei soggetti che intervengono all’atto, non determinarla o influenzarla»; in senso conforme, E. Marmocchi, Atto pubblico e condizioni generali di contratto, cit., 380; N. Irti, Ministero notarile e rischio giuridico dell’atto, in Riv. soc., 1995, 1260, secondo cui il notaio è il «custode della parola», poiché «trasferisce l’intenzione delle parti nel linguaggio dell’atto» (corsivo dell’A.).

[28] Così, S. Monticelli, Atto pubblico e clausole vessatorie, in Notariato, 1998, 84. Cfr. anche G. Baralis, Atto pubblico e contrattazione semplificata, in Riv. not., 1978, 752-753.

[29] La giurisprudenza ravvisa infatti un limite alla applicabilità della disciplina delle condizioni generali di contratto nella circostanza che la conclusione del contratto sia stata preceduta da concrete trattative che abbiano investito specificamente le clausole vessatorie ivi contenute: in questo senso, da ultimo, cfr. Cass. 15 febbraio 2002, n. 2208, in Rep. Foro it., 2002, voce “Contratto in genere”, n. 322; Cass. 6 dicembre 2001, n. 15488, ivi, 2001, voce cit., n. 309; per ulteriori riferimenti, cfr. E.V. Napoli, Le condizioni generali di contratto nella giurisprudenza, in AA.VV., Le condizioni generali di contratto, II, a cura di C.M. Bianca, 1981, 13.

[30] S. Rodotà, Le fonti di integrazione del contratto, Milano, 1969, 65.

[31] Come attesta A. Gambaro, Il diritto comparato nelle aule di giustizia ed immediati dintorni, in AA.VV., L’uso giurisprudenziale della comparazione giuridica (Quaderni della Riv. trim. dir. e proc. civ.), Milano, 2004, 6.

[32] Cfr., anche per gli opportuni riferimenti, H.J. Sonnenberger, La conclusione del contratto secondo il diritto tedesco con attenzione ai problemi internazionalprivatistici nei rapporti commerciali italo-tedeschi, Padova, 1991, 89; U. Morello, La sicurezza giuridica delle contrattazioni come mezzo di tutela del consumatore, cit., 1209.

[33] Come sembra opinare M.C. Bruno, Le deroghe agli artt. 1955, 1956, 1957 c. c. in un contratto di fideiussione stipulato per atto pubblico, in Giur. it., 2000, 2044.

[34] Ritiene invece sufficiente una dichiarazione dell’aderente ad hoc resa nel corpo dell’atto G. Tatarano, Clausole vessatorie e atto notarile, cit., 1199.

[35] G. De Nova, Le condizioni generali di contratto, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, I, nel Tratt. dir. civ., diretto da R. Sacco, 3ª ed., Torino, 2004, 366.

[36] Sul punto, cfr. ad es. Cass. 11 ottobre 1990, n. 9998, in Rep. Foro it., 1990, voce “Competenza civile”, n. 86; Cass. 19 giugno 1990, n. 6167, ibidem, voce “Contratto in genere”, n. 237; Cass. 13 febbraio 1988, n. 1565, in Banca, borsa e tit. cred., 1989, II, 292; cfr. anche la giurisprudenza citata in E.V. Napoli, Le condizioni generali di contratto nella giurisprudenza, cit., 23-24.

[37] Secondo quanto riferisce E. Dalmotto, La clausola vessatoria o abusiva resta tale nonostante la forma notarile, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 2001, 1207, nota 5, e 1209, la giurisprudenza «nega la surrogabilità del sistema della doppia sottoscrizione delle clausole vessatorie con un altro sistema».

[38] Cass. 12 luglio 1991, n. 7763, in Rep. Foro it., 1991, voce “Giuoco e scommessa”, n. 3; ma v. già Cass. 14 aprile 1950, n. 983, in Foro it., 1950, I, 677. Si tratta peraltro (come riferisce M. Spataro, Clausole vessatorie nei concorsi pronostici: tra condizioni generali di contratto e disciplina sui contratti del consumatore, in Riv. dir. priv., 2002, 437) di «assunto, ormai tralatizio in giurisprudenza».

[39] In questo senso, cfr. E. Marmocchi, Atto pubblico e condizioni generali di contratto, cit., 387; M. Costanza, Clausole abusive e atto notarile: che cosa potrebbe cambiare con l’applicazione della Direttiva CEE del 5 aprile 1993, in Vita not., 1995, 569; G. Celeste, Trasparenza e funzione notarile, in Riv. dir. priv., 1999, 164. Circa la individuazione della ratio di tutela sottesa all’art. 1341, primo comma, cod. civ., cfr. A. Azzaro, I contratti non negoziati, cit., 144, nota 41, ed ivi gli opportuni riferimenti.

[40] Per indicare le clausole soggette alla disciplina contenuta nel capo XIV-bis del Titolo II del Libro IV del Codice civile, introdotto in attuazione della Direttiva europea n. 93/13, viene altresì utilizzato il sintagma «clausole vessatorie». Posto che in tale occasione il legislatore ha espressamente qualificato le clausole ivi disciplinate sia come «vessatorie» sia come «abusive» (quest’ultima nozione è evocata dagli artt. 1469-quinquies, quarto comma e 1469-sexies, primo comma, cod. civ.), è tuttavia opportuno, al fine di evitare confusioni terminologiche, continuare a denominare «vessatorie» quelle menzionate nell’art. 1341, secondo comma, cod. civ. ed adoperare il termine «abusive» per alludere invece a quelle cui fanno riferimento gli artt. 1469-bis ss. cod. civ. (il suggerimento è comune in dottrina: cfr. ad es. F.D. Busnelli, Una possibile traccia per una analisi sistematica della disciplina delle clausole abusive, in Commentario al capo XIV bis del codice civile: dei contratti del consumatore, nelle Nuove leggi civ. comm., 1997, 767; A. Gentili, L’inefficacia delle clausole abusive, in Riv. dir. civ., 1997, I, 403, nota 2).

[41] Secondo molti (fra i quali E. Marmocchi, Atto pubblico tra clausole vessatorie e clausole abusive, in Riv. not., 1997, 62), invece, le conclusioni circa i rapporti tra atto notarile e clausole vessatorie dovrebbero essere trasposte puramente e semplicemente ai rapporti fra atto notarile e clausole abusive.

[42] Cave: che in relazione ai contratti B2B (si pensi alla legge sulla c.d. subfornitura, alla normativa c.d. sulla mora debendi) non sia contemplata la esimente della trattativa individuale quale tecnica alternativa ai rimedi previsti dal legislatore, mette in crisi il nuovo paradigma normativo costruito da V. Roppo, Contratto di diritto comune, contratto del consumatore, contratto con asimmetria di potere contrattuale: genesi e sviluppo di un nuovo paradigma, in Riv. dir. priv., 2001, 769 ss.

[43] In questo senso, cfr. ad es. A. Mantelero, Il notaio, il consumatore e la clausola vessatoria, in Contr. e impr., 2002, 1239-1240; G. Celeste, L’imparzialità del notaio: garanzia dell’ordine contrattuale, in Relazioni al XXIV Congresso internazionale del notariato latino (Città del Messico, 17-22 ottobre 2004), Milano, 2004, 87-88; F. Angeloni, Responsabilità del notaio e clausole abusive, Milano, 1999, 80, ove ulteriori riferimenti. Parzialmente dubitativo, invece, U. Morello, Clausole vessatorie, clausole abusive: le linee di fondo di una nuova disciplina. Commento alla l. 6 febbraio 1996 n. 52, in Notariato, 1996, 296.

[44] Osserva tuttavia G. De Nova, Le clausole vessatorie, Ipsoa, Milano, 1996, 39-40, che «è raro che il notaio, oltre ad accertare la volontà delle parti di compiere l’atto ed a chiarire all’aderente il significato delle clausole, possa incidere sul testo predisposto del contratto, anche perché chi partecipa all’atto per il predisponente non ha i poteri per introdurre modifiche al testo contrattuale».

[45] Cfr. ad es. S. Maiorca, Tutela dell’aderente e regole di mercato nella disciplina generale dei “contratti del consumatore”, Giappichelli, Torino, 1998, 201, secondo cui in questo caso non viene in rilievo «l’aspetto – che è fondamentale, invece, nella disciplina delle clausole vessatorie inserite nel contratto del consumatore – della “trattativa individuale”, come fattore preclusivo della vessatorietà».

[46] E. Dalmotto, La clausola vessatoria o abusiva resta tale nonostante la forma notarile, cit., 1211-1212; A. Montelero, Il notaio, il consumatore e la clausola vessatoria, cit., 1249 ss.; S. Monticelli, Atto pubblico e clausole vessatorie, cit., 87 ss.

[47] In questo senso, cfr. A. Gentili, Atti notarili “proibiti” e sistema delle invalidità, di imminente pubblicazione in Riv. dir. priv., 2005, che ho potuto leggere grazie alla cortesia dell’Autore; F. Angeloni, La responsabilità civile del notaio: il punto sull’evoluzione normativa e giurisprudenziale anche con riferimento al recepimento della direttiva CEE 93/13 sulle clausole abusive, in Contr. e impr., 1999, 623 e 649; M. Di Fabio, voce Notaio (dir. vig.), in Enc. dir., Agg., III, Milano, 1999, 808; S. Tondo, Responsabilità notarile nel controllo di legittimità degli atti, in Vita not., 1997, 691 ss.

[48] Il quadro è in effetti assai variegato: si va dalla inesistenza alla inopponibilità (per una sintesi delle diverse posizioni, ci permettiamo di rinviare ad A. Maniàci, Clausole di tacita proroga del contratto e vessatorietà, in questa Rivista, 2002, 147). Anche R. Sacco, Le invalidità, in R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, I, nel Tratt. dir. civ., diretto da R. Sacco, 3ª ed., Torino, 2004, 533, ammette che in questa ipotesi «la classificazione del tipo di invalidità diventa ardua».

[49] L. Francario, voce Clausole vessatorie, in Enc. giur. Treccani, VI, Roma, 1989, 1.

[50] In questo senso, cfr. F. Di Marzio, Illiceità delle clausole abusive, in Giust. civ., 1999, II, 483; A. Bellelli, Art. 1469-quinquies, 1° e 3° comma, in AA.VV., Le clausole vessatorie nei contratti con i consumatori, a cura di G. Alpa e S. Patti, Milano, 1997, 689 ss.

[51] In tempi recenti, autorevole dottrina non ha mancato di osservare, in termini generali, che «il controllo di legalità (ove rapportato all’atto di autonomia) non si esprime più nel raffronto del contenuto del contratto con il parametro legale, ma esige semmai di essere verificato a posteriori con riferimento al modo in cui gli effetti di quell’atto hanno inciso su sfere di interesse che l’ordinamento non può non tutelare»: N. Lipari, Il ruolo del notaio nella nuova realtà delle nullità contrattuali, in Scritti in onore di Piero Schlesinger, II, Milano, 2004, 1349.

[52] È l’opinione di S. Satta, Poesia e verità nella vita del notaio, in Vita not., 1955, 543 ss. (cui ha sostanzialmente aderito altra autorevole dottrina: cfr. ad es. E. Grasso, La funzione del notaio e la tutela stragiudiziale dei diritti, in Riv. not., 1971, 17 ss.; M. D’Orazi Flavoni, Sul contenuto della prestazione notarile, in Foro it., 1959, I, 154 ss.). E forse anche quella del legislatore: il quale ha ritenuto opportuno aggiungere i notai alle categorie che possono accedere alla carica di giudice onorario aggregato (cfr. art. 1, lett. d l. 22 luglio 1997, n. 276, così come modificato dalla l. 19 novembre 1998, n. 399). Ma non certamente quella della Corte costituzionale: la quale vede assente nella funzione notarile quella «connotazione decisoria» che caratterizza l’attività giurisdizionale, condizione necessaria per sollevare incidentalmente una questione di legittimità costituzionale (Corte cost., ord. 19 febbraio 2003, n. 52, in Foro it., 2003, I, 1314 ss., spec. 1317).

[53] Quel cavere che una nobile dottrina considera come l’attività tipica del notaro (F. Carnelutti, La figura giuridica del notaro, in Riv. not., 1951, 12; Id., Diritto o arte notarile?, in Vita not., 1954, 216-217). Alcuni lo considerano anche – sulla scorta di un dato storico più suggestivo che di interesse documentale – come il soggetto ideale per gestire una procedura di conciliazione ante litem: A. Bortoluzzi, Il notaio e la risoluzione alternativa delle controversie, in Vita not., 2001, 1551 ss.; C. Brunelli, Conciliazione e notariato: una sfida appena iniziata, in Notariato, 2005, 201.

[54] Sulla genesi storica e sulla ratio di tale disposizione, cfr. T. Gaeta, Riassetto delle invalidità negoziali e controlli notarili, in Relazioni al XXXIX Congresso Nazionale del Notariato. Milano 10-13 ottobre 2002, Spontaneità del mercato e regole giuridiche. Il ruolo del notaio, a cura di P. Schlesinger, Milano, 2002, 352-353.

[55] Come ritiene, invece, O.T. Scozzafava, Note in tema di interessi e anatocismo, in Riv. dir. comm., 2002, II, 238.

[56] F. Carnelutti, Giurisprudenza consolidata (ovvero della comodità del giudicare), in Riv. dir. proc., 1949, 42.

Autore: Prof. avv. Arturo Maniàci

Professore aggregato di Istituzioni di Diritto privato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È Autore di numerosi articoli, saggi e contributi scientifici, soprattutto in materia contrattuale e successoria. È membro del comitato di redazione delle seguenti Riviste giuridiche: Rivista di diritto privato, Casa ed. Cacucci; Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, Casa ed. Il Mulino; Il Foro padano, Casa ed. Fabrizio Serra. Ha tenuto lezioni di Diritto privato e di Diritto civile nelle seguenti Università: Università degli Studi di Milano; Università degli Studi di Roma Tre; Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha svolto Relazioni a Convegni in materia giuridica, organizzati da Università, Istituzioni, Ordini professionali e società private. Ha tenuto corsi di Public Speaking, organizzati da Mediamo S.r.l.

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